Gioco
Matteo, il giovane dipendente della Kayser col sogno di sbarcare su Marte
Con l'hobby della pallavolo è uno dei giovani assunti dalla Kayser: le nuove frontiere per le nostre nuove generazioni
LIVORNO. Matteo avrà una cinquantina d’anni nel 2040: chissà se quando ci arriveremo gli smartphone li attiveremo col pensiero, se le auto avranno motori a idrogeno e voleranno sospese da terra. E’ possibile però che lui appartenga alla generazione che nell’esplorazione del cosmo si troverà alle prese con lo sbarco su Marte. Del resto, già adesso lavora alla Kayser, l’azienda aerospaziale livornese sulla provinciale per il Gabbro, e non smette di sognare di potervi partecipare: «Chi lavora in campo aerospaziale conosce Kayser e sa come lavora, spero perciò che potremo far parte di questa grande avventura che sarà l'esplorazione di Marte». A bordo della navicella? «Alzi la mano chi non ha mai sognato di andare nello spazio o addirittura fare l'astronauta», ma chi lavora in quest’ambito sa anche «rimanere con i piedi per terra».
Ma – rincara – «non è un titolo di studio a preparare una persona a determinati ambiti lavorativi, credo semmai sia la preparazione e la conoscenza effettiva di quel che si deve affrontare». Tradotto? «Sì, lo so bene che è un sogno e tuttavia una speranza di andare lassù ancora ce l'ho». E magari i marziani non se li figura come omini verdi con gli occhi tentacolari ma, come raccontò nel 2011 un astrobiologo proprio in casa Kayser, tutt’al più microorganismi monocellulari...
Porta un cognome che ha fatto la storia dell’auto made in Italy: Lampredi. Aurelio, cugino del nonno, avrebbe voluto diventare direttore d’orchestra: meno male che dette retta al padre che ne fece un bravo disegnatore del Cantiere. Di lì spiccherà il volo: fino a diventare l’uomo di fiducia di Enzo Ferrari; fino a ottenere la consacrazione finale in casa Fiat, a metà anni ’60, con il motore “bialbero Lampredi”.
E’ «un bell’esempio», come dice lui. Ma se c’è da mettere qualcuno nel Pantheon, quel posto Matteo lo riserva al fratello Andrea, attualmente ingegnere elettronico della multinazionale Infineon. In effetti, è un pragmatico: «Mi sono sempre chiesto se per fare la differenza fosse davvero necessaria una laurea o comunque un titolo di studio particolare. Ok, la laurea ti apre molte più porte, ma per quanto riguarda me ho visto che il mio diploma, la mia voglia di mettermi in gioco e un pizzico di fortuna, mi hanno permesso di entrare in un contesto che ha una realtà particolare: l’industria a tu per tu col cosmo».
L’ha visto negli anni all’Iti indirizzo elettronica: «Lì ho capito che la pratica è il mio forte, quando c'è da sporcarsi le mani mando in campo il meglio di me». Già, in campo: per Matteo lo sport è una passione. Declinata al plurale: al di là del tifo per il Milan, in fatto di sport praticato «sono passato dal judo alla pallanuoto, poi il calcetto e ora la pallavolo» (gioca in serie D con MvTomei).
Dimenticatevi la figura dell’ingegnere nerd di provenienza Sant’Anna o di qualche Politecnico internazionale, Matteo è l’identikit di un giovane come tanti che però ha un sogno in tasca: e proprio per questo si può guardare a lui come a un percorso possibile. Praticabile anche da altri ragazzi come lui o più giovani di lui. Ma l’esperienza con il lavoro è un po’ differente da quella di tanti altri coetanei: «Dopo il diploma ho avuto la fortuna di trovare subito lavoro. In una piccola azienda, la Mavi: fornisce schede elettroniche agli impianti industriali di Siemens». Poi aggiunge: «Lì ho imparato e approfondito quelle conoscenze di cui la scuola mi aveva dato una buona infarinatura». E quando è scaduto il contratto? «Il salto alla Kayser».
Il salto da una piccola ditta di 7 persone a una azienda di 50. Il salto nelle mansioni: «Fino a quel momento il mio lavoro era quello di saldare schede elettroniche senza nessuna particolare certificazione, alla Kayser invece tutto quel che viene creato ha una qualità estrema e chi ne lavora i materiali deve avere acquisito certificazioni ben precise». Per descrivere con una foto questo salto, Matteo squaderna quella di Cape Canaveral per un progetto in cui la Kayser ha lavorato in tandem con Nasa e Agenzia Spaziale Europea.
Sul certificato di nascita c’è scritto Pisa, ma «subito dopo sono venuto a Livorno». Però: «C’è un continuo interscambio per lavoro, università, movida: credo che sia un buon modo per fondere due territori distanti solo nei derby di calcio ma in realtà così vicini».
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