Gioco
«La Regione dia più soldi alle Asl rispetto alle aziende ospedaliere»
Il presidente dell’Ordine dei Medici Mariotti chiede migliore ripartizione delle risorse «Vanno risolte le liste di attesa e servono controlli di qualità sulle strutture private»
Esattamente 40 anni fa, nel dicembre del 1978, il Parlamento approvava la riforma sanitaria, una legge rivoluzionaria, che superava l’epoca delle mutue. Da allora però le cose sono cambiate e molto in peggio, secondo il presidente dell’Ordine dei Medici di Livorno, Eliano Mariotti.
10 come voto quando nacque quarant’anni fa, dice Mariotti, 7 oggi. «Tante cose sono cambiate e non poche novità attese sono rimaste sulla carta - commenta Mariotti -. Il nuovo si è però dimostrato peggiore del vecchio, con la creazione del Servizio Sanitario Regionale, di fatto ancor oggi, costituito da venti sanità diverse».
Come medico, quale fu la sua prima reazione al nuovo testo di legge?
«Da un punto di vista prettamente professionale, il primo pensiero fu: “Finalmente un ricettario unico per prescrizioni a tutti i pazienti!”, ma in effetti il cambiamento fu eccezionale. Era nato un sistema nazionale che assicurava il diritto alla salute in maniera equanime e solidale a tutti i pazienti, eliminava la distinzione tra malati di serie A e B, garantiva prestazioni unificate, eliminava condotte “per i poveri” e assicurava un grande balzo in avanti di civiltà. Voto alla nascita: 10».
Ma ci furono difficoltà...
«Il primo nemico è stata la burocrazia. La scomparsa dei mega carrozzoni delle mutue e il contemporaneo confluire in un organismo unico crearono le prime difficoltà al personale dipendente, abituato a un diverso sistema di lavoro, mentre per i medici fu l’inizio di una serie di obblighi normativi a partire dalle prime note dell’Agenzia Italiana del Farmaco, che limitavano la prescrivibilità ad una particolare diagnosi, all’introduzione delle prime tasse sulla salute quali i “’bollini” sulle tessere sanitarie ed il ticket per fasce di reddito sul farmaceutico e sulla diagnostica strumentale e di laboratorio. Oltre vent’anni più tardi, le cose cominciarono però a peggiorare».
Perché?
«Un decisivo passo indietro fu la modifica del 2001 all’articolo 5 della Costituzione, che assegnava il controllo e le risorse della sanità alle Regioni. In tal modo non solo si era ricreata una disparità di trattamenti legata alla disponibilità economica regionale, ma era anche venuto meno il principio di universalismo delle cure. Altro elemento non di poco conto è il ruolo della politica nell’amministrazione della Sanità: le visioni tendono a frammentarsi sempre di più, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. Spesso siamo stati testimoni di un uso clientelare del potere politico nella nomina e nelle assegnazioni di incarichi di responsabilità e professionali, non in base al merito ma del colore più in auge al momento, modalità che non ha certamente apportato ulteriore efficienza al sistema sanitario».
Come vanno le cose in Toscana?
«Abbiamo la fortuna di vivere in una delle Regioni considerate tra le più virtuose ed efficienti e se avrete l’occasione di viaggiare nel nostro Paese vi accorgerete che questo corrisponde effettivamente a verità. Meriterebbero una modifica una miglior ripartizione delle risorse economiche che attualmente vedono privilegiati i tre centri universitari toscani, la risoluzione del problema delle liste d’attesa, un maggior equilibrio tra sanità pubblica e privata (che in tutti i casi deve avere un conforme controllo di qualità) e un miglioramento dell’interfaccia tra strutture pubbliche e paziente. Per questo il voto attuale è 7».
Cosa promuoverebbe, 40 anni dopo quel giorno?
«Tre condizioni soddisfacenti: l’universalità e la solidarietà del sistema, l’aver portato l’asticella dell’efficienza ad una media sempre più alta e la consapevolezza che può essere ulteriormente migliorato senza modifiche sostanziali. Gli ostacoli sono stati la regionalizzazione, l’eccessiva e spesso assurda burocratizzazione – vissuta in maniera drammatica sia dai medici che dai pazienti – ed il peso sempre più preponderante della politica in un materia che non lascia spazio a interpretazioni ed a visioni parziali. Non ritengo sia necessaria una riforma imponente, quanto accorgimenti mirati». —
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