Gioco
Viaggio tra i bambini della Torre occupata: «Caro Babbo Natale regalaci una casa nostra»
Livorno, il reportage dalla struttura occupata alla Cigna da quasi tre anni dove vivono una cinquantina di famiglie tra regole e speranze
LIVORNO. Mattia ha cinque anni, le pantofole con la faccia di Topolino ai piedi e gli occhi felici di un bambino che non conosce il pregiudizio. Da tre anni, quando guarda fuori dalla finestra al terzo piano di quello che per molti è il grattacielo degli ultimi, vede Livorno dall’alto e sogna: Babbo Natale che arriva con la slitta, si ferma sul tetto e poi scende a consegnare i regali.
«Cosa gli ho chiesto? La Torre dei super pigiamini», risponde prendendo tre locomotive da una scatola piena di giochi sistemata lungo un corridoio pensato per essere uno degli uffici mai inaugurati dell’Agenzia delle Entrate.
«Si chiamano Wilson, Bruno e Koko e vivono a Chuggington, il paese delle avventure. Vieni di qua – dice correndo in cucina per poi aprire un’altra porta – ti faccio vedere la mia cameretta».
Per Mattia e la sua famiglia, (babbo, mamma e tre nonni) il Natale quest’anno è arrivato in anticipo. E non c’entrano niente gli addobbi alle porte dove ci sono ancora le targhette con i nomi dei dipendenti che avrebbero dovuto lavorarci, l’albero pieno di luci e palline colorate. O la scritta auguri all’ingresso di uno spazio diviso da pareti di cartongesso. «Finalmente – racconta papà Stefano aprendo una porta al terzo piano della Torre della Cigna, occupata da quasi tre anni da circa 200 persone – ci hanno assegnato una casa dell’emergenza abitativa in via di Salviano. Adesso aspettiamo solo che ci consegnino le chiavi per lasciare questo appartamento».
Nonna Mara, 92 anni e un buon umore contagioso, è seduta sul divano del salotto-cucina dove il gas per cucinare arriva da una bombola dopo che è stato modificato l’attacco. «È un bimbo speciale – dice sorridendo – non si ferma mai. Se sono felice? Certo, anche se viviamo qua mangio, bevo e dormo. E soprattutto sono con la mia famiglia: cosa potrei chiedere di più?».
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ALICIA E ZELDA
Dentro al grattacielo trasformato in condominio rifugio nel febbraio 2016, abitano una ventina di bambini. E se per Mattia questo potrebbe essere l’ultimo Natale nella paralegalità o illegalità necessaria – come la definisce chi ci vive – per Alicia, suo fratello e i genitori, sarà il primo.
Forse è per renderlo meno amaro che nei giorni scorsi è arrivata anche Zelda, un labrador bianco che ora fa compagnia ad altri due cani, il pappagallo, e Ginger, un pesce rosso che nuota in una piccola ampolla.
«Non voglio far crescere qui i miei figli – dice subito babbo Marco aprendo la porta che dà accesso a tre stanze dall’altra parte della Torre – in questa struttura ci hanno accolto con grande umanità ma il nostro desiderio è di avere, il prima possibile, una casa tutta nostra».
RITORNO AMARO
Le storie che sono dietro agli inquilini di questo gigante dai piedi di argilla si somigliano tutte e sanno di disperazione senza scelta.
«Noi ad esempio – racconta Marco – fino all’anno scorso abitavamo in Spagna. Poi ho scoperto di avere una malattia e sono tornato a Livorno con tutta la famiglia per curarmi prima e meglio. Ma la città che ho trovato si è rivelata molto diversa da quella che ricordavo quando siamo andati via. Impossibile affittare un appartamento senza solide garanzie, tanto più un lavoro. Così l’unica soluzione possibile è stata quella di chiedere aiuto al sindacato che ci ha aperto le porte dell’occupazione. Un’esperienza che mi ha insegnato una cosa: non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te», dice citando la Bibbia mentre indossa la felpa della Bal, gli storici tifosi del Livorno calcio. Camera salotto e mobili vari per arredare sono il risultato della solidarietà di amici, parenti e conoscenti. «L’unica cosa che abbiamo comprato – va avanti – è la cucina che ho pagato cento euro».
L’altra faccia di chi occupa si chiama morosità incolpevole e la racconta Stefano. «Fino a tre anni fa, quando siamo stati sfrattati, abitavamo in un appartamento in via Emilio Zola e per dieci anni abbiamo pagato 950 euro al mese più il condominio. Costi oggi impensabili, ma fino a che abbiamo lavorato in due riuscivamo ad andare avanti. Poi pagare tutto e tutti è diventato impossibile e oggi viviamo con la pensione di invalidità di mia suocera e duecento euro che prende mia moglie».
VIAGGIO E REGOLE
Per scoprire i segreti della più importante, almeno numericamente, occupazione in città, è necessario tornare all’ingresso del palazzo. Dal parcheggio sotterraneo escono auto come in un qualunque condominio, una ragazzino con lo zaino rientra da scuola, una adolescente truccata parla al cellulare. Un signore esce dalla porta laterale per portare il cane a fare i bisogni. Su un pezzo di compensato usato per coprire una finestra sfondata hanno disegnato con la bomboletta rossa una falce e martello, poco distante, da una finestra, sventola la bandiera del Brasile.
Gianfranco Barba, ex imprenditore, diventato uno dei referenti della struttura, arriva portando con sé un librone. «Queste sono i documenti di tutte le persone che vivono dentro alla Torre: carta d’identità, Isee e richiesta per l’emergenza abitativa».
Il motivo del registro lo spiega Giovanni Ceraolo, sindacalista di Asia Usb e candidato alle ultime elezioni con Potere al popolo.
«Senza regole – dice – non vai da nessuna parte. Soprattutto se come accade qui, partiamo da una situazione precaria, di illegalità, altrimenti fai la fine del palazzo del Picchetto (la struttura occupata in centro e al centro di polemiche ndr). Sono due occupazioni abusive sulla carta ma quando, come accade qui, c'è assemblea di gestione che funziona, un sindacato che mantiene il registro delle presenze e un dialogo costante con il Comune, allora è possibile arrivare a un risultato. Quale? Riuscire a far uscire dall’illegalità le famiglie e farle entrare in una casa vera. Come è successo per l’immobile di via Battisti che abbiamo liberato e come vorremmo che accadesse per via Ernesto Rossi, dove sono rimaste solo cinque famiglie. Perché alla fine è questo quello che sognano tutte le persone che sono qui». A cominciare dai bambini che domani aspettano Babbo Natale.
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LA STORIA
Il grattacielo della Cigna fu progettato dall’ingegner Luigi Piazza a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. I diciannove piani di cemento e vetrate pensati a pochi metri dalla maxi rotatoria di ingresso alla zona nord della città e dallo svincolo della Variante avrebbero dovuto rappresentare il primo tassello della rinascita di un quartiere, di tutta un’area. I lavori finirono a cavallo tra gli anni Novanta e il 2000, ma nel 2006 la società proprietaria è andata in liquidazione e due anni dopo l’edificio si è trovato disabitato e all’asta per circa 20 milioni di euro. Nel frattempo sono spuntate infiltrazioni nei sotterranei e si sono presentate difficoltà ad affittare i locali, rimasti per lo più vuoti, a eccezion fatta per il piano terra, comprato dall’Agenzia delle Entrate. Col tempo tutto il blocco è rimasto vuoto. Dal febbraio di tre anni fa è stata occupata e dentro ci vivono circa 180 persone.
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