Gioco
Il disagio invisibile Cresce la povertà di famiglie normali
Identikit del disagio che cova sotto la cenere visto con gli occhi di chi è ogni giorno in trincea
L’ANALISI
C’era una volta la famiglia “normale”: magari di quelle costrette a fare lo slalom gigante fra debiti e guai ma “normali”, e sicure di esserlo. E di sfangare la giornata a fatica sì ma restando nella propria casa popolare, con la difficoltà di far quadrare tutto. Ma “normale”. Gli emarginati erano altrove: contrassegnati dalla mancanza di casa, dall’abisso dell’alcol e spesso della tossicodipendenza. Comunque altrove. E fra gli uni e gli altri il confine era abbastanza netto: i “normali” di qua, i “dannati della Terra” di là.
Non è più così, la crisi ha spazzato via anche queste certezze, e questo significa che c’è una “terra di mezzo” in cui si entra (tanto) e si esce (poco) dal baratro della miseria. Con una conseguenza: «La povertà non ha più né un “chi” né un “dove” facilmente individuabili: non lo dice più il colore della pelle e nemmeno la possibilità di avere un tetto sulla testa. Figurarsi che neppure il fatto di avere un lavoro non è più la garanzia di essere al sicuro e avere il “pass” per poter vivere una esistenza normale». Lo ripete uno dei volontari Caritas («no, il nome no») nella sala da pranzo di quella che considera quasi casa sua: è il nuovo quartier generale dell’organizzazione ecclesiale all’ex Villaggio Scolastico di Corea, nato un milione di anni fa dal genio appassionato di don Alfredo Nesi.
«È una povertà che resta invisibile perché non chiede e anzi gira alla larga dai luoghi in cui si cerca di dare una mano a chi non ce la fa», rincara un’altra giovane, zazzera e sorriso, abituata a stare nella trincea dei povericristi dopo tanti anni di impegno in parrocchia. «Tutto questo rimescola confini e identikit: c’è un esercito di nuovi poveri nascosti costituito non da clochard o da persone di origine straniera bensì da famiglie che hanno alle spalle una storia normale e sono precipitate giù».
Il motivo? Gli elementi della spirale negativa – viene spiegato – hanno a che fare con la perdita della stabilità di vita e sono spesso tre: si perde il lavoro o la salute, le tensioni fanno saltare il legame familiare, sparisce il tetto (l’uno innesca quello successivo (ma la catena causa-effetto può combinarsi in vario modo).
«Per questo – raccontano dalla sede della Caritas diocesana – è stato necessario modificare il “volto” dell’offerta di aiuto: guai a farsi percepire con l’immagine tradizionale che tanta gente ha della Caritas, una sorta di luogo per derelitti. Dunque, giro al largo perché altrimenti significa che sono diventato un derelitto e io, per quanto nei guai, non voglio essere considerato così».
Lo si è visto quando la Caritas ha articolato uno spazio dedicato alle famiglie come luogo a sé nel centro di via Donnini. Ma soprattutto di fronte all’emergenza alluvione: «C’erano persone che si rifiutavano di ammettere che avevano bisogno di aiuto perché forse si sarebbero sentite più fragili e indifese». —
Mauro Zucchelli
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