Il Tirreno

Livorno

«Livorno ha bisogno di un Cristoforo Colombo per scoprire il proprio futuro»

Mauro Zucchelli

Dopo la strigliata del vescovo, gli interventi di politici e imprenditori ecco le riflessioni di un intellettuale: il costituzionalista Emanuele Rossi 

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L’INTERVISTA

«Altro che di un pilota di porto che faccia arrivare la nave a banchina là dov’è già previsto: Livorno ha bisogno di un Cristoforo Colombo che la porti alla scoperta di nuovi continenti. Ma c’è un “ma”: prima di tutto bisogna mettersi d’accordo su quale sia il continente da scoprire. In sostanza, quale Livorno si immagina per il futuro». Del resto, chissà se è leggenda o realtà ma si racconta che, prima ancora che Colombo partisse verso le Indie, siano salpati dalla Darsena Vecchia sia Amerigo Vespucci sia Giovanni Da Verrazzano per andare alla scoperta del futuro, quando Livorno non era ancora città ma, come avrebbe raccontato Fernand Braudel, era già Livorno.

A invocare un esploratore coraggioso è Emanuele Rossi, docente a quell’ateneo delle eccellenze che è la Scuola Superiore Sant’Anna (ne è prorettore vicario), formazione scout, costituzionalista di quel trittico di prof livornesi che fa scuola in questo campo del diritto (con Francesco Dal Canto e Salvatore Vuoto). Lo ripete chiedendo «un’attenzione di metodo»: occorre che l’obiettivo generale sia «comune e non di parte, il più possibile condiviso». E la ragione è semplice: «Forse anche Livorno si sta avviando ad una logica di alternanza, ed allora non è possibile che per cinque anni si lavori per realizzare un obiettivo e nei cinque successivi si operi per smontarlo e pensarne un altro. La vicenda del nuovo ospedale dovrebbe insegnarci qualcosa».

Il vescovo richiama le forze politiche a una campagna elettorale all’insegna della concretezza.

«Come non essere d’accordo? Peraltro, non sento nessuno in giro che invochi astrattezza o teoria pura, quindi evidentemente siamo tutti d’accordo. Ma attenzione, essere concreti non basta: si può essere molto concreti e fare dei danni, oppure darsi da fare ma senza una visione di insieme».

In realtà il timore del vescovo è una sfida sulle chiacchiere, anzi sui mal di pancia, sulle paure...

«Per questi sentimenti il medico non è la politica: o meglio, non solo la politica. Tutti i soggetti sociali devono fare la propria parte, a cominciare dalla Chiesa attraverso la formazione di laici adulti, responsabili, attenti al bene comune e capaci di inserirsi nella vita sociale e politica con autonomia e proposte intelligenti. Ma è vero che bisogna lavorare, e a fondo, perché i livornesi imparino a guardare al futuro con fiducia, a pensare a cosa ciascuno può fare per il bene comune e non soltanto a cosa devono fare gli altri (il sindaco, le istituzioni, ecc.) . Bisogna recuperare il senso profondo della nostra Costituzione, per il quale diritti e doveri sono inscindibili. Questo occorre fare: ma lo ripeto, non è solo compito della politica, anzi».

C’è il rischio di ritrovarsi a sperimentare non soluzioni ma avventurismi.

«Sicuramente, e la scienza lo insegna. Il progresso scientifico ha bisogno di intuizioni, di colpi di genio: ma si deve basare sul possesso di conoscenze acquisite. Prima bisogna studiare, poi ci si può permettere di essere geniali. Altrimenti si producono idee strampalate, senza alcun valore. Analogamente è per la vita politica: chi propone cose nuove deve conoscere quelle passate e saperle valutare con cognizione di causa. Mi pare che la tendenza, e non solo nella politica, sia di lanciare suggestioni e non progetti: questo in qualche modo è sempre avvenuto, ma oggi si avvertono meno anticorpi. E cioè qualcuno che dica con chiarezza che certe proposte sono fesserie, e tali devono essere considerate».

Non è forse questo il contrappasso per aver immaginato come positivo il nuovo che avanza? Se in una politica senza qualità l’unico metro di valore è la novità, basta attendere e arriva qualcuno più nuovo che ti epura, si direbbe parafrasando Nenni...

«È così. E ciò avviene quando si trasformano i presupposti in obiettivi. Cerco di spiegarmi. La “novità” non è un metro per valutare se un’idea o un politico sono buoni: si può essere nuovi e dire cosa senza valore. Così come è avvenuto, in passato, con l’onestà: essere onesti è un presupposto per fare politica (dovrebbe esserlo!), ma non posso scegliere il sindaco (o il parlamentare) per me migliore sulla base dell’onestà o della novità. Si può essere nuovi e onesti e pensare che la terra sia piatta: lei lo voterebbe uno così?».

Lei è prof di Costituzione, cioè di diritti. Il centrosinistra sembra aver perso la bussola da quando ha preso a occuparsi di diritti civili lasciando in un cantuccio i diritti sociali. È così?

«Penso di sì. Si è puntato sui diritti civili, magari di una categoria ristretta di persone: e ciò è necessario, perché la società, e quindi il diritto, devono considerare e tutelare ogni persona, ancorché sia unica nelle sue esigenze. Ma non si possono dimenticare tutti coloro che hanno esigenze fondamentali di vita: il cibo, il lavoro, la salute, l’abitazione, l’istruzione, e così via. In sostanza, mi va bene che ci sia la legge sulle unioni civili, ma vorrei anche che le istituzioni si prendessero cura delle persone che fanno più fatica, e non lasciassero il volontariato solo a farsene carico. Con un’attenzione che ribadisco: bisogna che anche gli “assistiti” si impegnino a “restituire” alla collettività quanto ricevono, perché diritti e doveri – come ho detto – devono sempre stare insieme».

Lei è nato a Pontremoli, insegna a Pisa e vive da tanti anni a Livorno. Una biografia nel segno dell’area vasta toscana costiera: l’economista Massimo Paoli prefigurava sulla costa la città da un milione di abitanti per contrappesare la locomotiva dell’area fiorentina. Una profezia o una follia?

«Una profezia, senza il minimo dubbio. E non solo perché la proponeva Massimo, un’intelligenza unica, che univa la competenza professionale alla capacità di immaginare il futuro. Nell’economia globalizzata, nella universalità delle comunicazioni, nemmeno gli Stati sono in grado di reggere da soli: figuriamoci le singole regioni o ancora di più i singoli campanili. Bisogna integrare dunque: ma occorre farlo senza perdere le identità e le peculiarità dei singoli territori, che specie in Toscana costituiscono un valore aggiunto. Se dunque potessi sintetizzare con uno slogan, direi: integrare l’economia, valorizzare le identità». —

Mauro Zucchelli

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