Il Tirreno

Livorno

Quella volta che un paziente mise la foto del primario sul comodino accanto a quella della Madonna

di Giulio Corsi
Quella volta che un paziente mise la foto del primario sul comodino accanto a quella della Madonna

Il primario di Radioterapia Manrico Bosio lascia l’ospedale dopo 34 anni. «Un’emozione sentirsi chiamare per strada: “Dottore, sono ancora vivo”»  

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LIVORNO. “Dottore ha visto, sono sempre vivo!”. Mi chiamano da lontano, mi abbracciano, mi ringraziano. Ma sono io che devo ringraziare loro, i miei pazienti, perché mi hanno insegnato a vivere, mi hanno fatto capire giorno dopo giorno che cosa è davvero importante». Manrico Bosio si emoziona. Gli occhi si inumidiscono a ripensare a quante facce, quante storie, quante vite e quanti drammi ha incontrato in 34 anni vissuti dentro al bunker dell’ospedale col camice di medico di radioterapia, 16 dei quali col grado di primario.

È in ferie Bosio, gli ultimi giorni di ferie prima della pensione, che scatterà il 31 dicembre. Ma è ugualmente qui, nel suo reparto. Bussano alla porta, lo chiamano per una consulenza su una neoplasia. «Arrivo subito», risponde. Poi confida: «La mia attività clinica cesserà, ma se vorranno chiedermi un consiglio, io ci sarò sempre. Non abbandonerò mai questa nave».

Bosio è il decano dei medici ospedalieri. «Sono il più vecchio radioterapista in attività in Toscana dopo la recente pensione del professor Pirtoli a Siena – racconta -. A Livorno con Viti e Bigazzi siamo i veterani, c’è anche Meucci, ma lui è arrivato qualche anno dopo, noi invece siamo qui da quando eravamo bimbi».

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Bosio iniziò la specializzazione in radioterapia oncologica nel 1980, pochi anni dopo che a Livorno il professor Stefano De Marzi, allora primario di medicina nucleare aveva inaugurato il bunker. «Scelsi radioterapia perché mi veniva semplice: qui usiamo le particelle, c’è la fisica di mezzo e io la loro interazione con i tessuti umani riuscivo a vederla fin da ragazzo, mi era facile intuire cosa facessero gli elettroni. Sono stato uno dei primi in Italia a usare gli elettroni nella cura delle neoplasie superficiali. Quando conosci la fisica delle radiazioni sai come si comportano nella loro interazione col tessuto umano e sai come utilizzarle. Ho avuto risultati incredibili, i dermatologi non ci credevano. Non a caso abbiamo un’attività per neoplasie cutanee enorme».

Riavvolge il nastro Bosio e si sente felice. «Rifarei tutto quello che ho fatto, a partire dalla scelta di restare a Livorno. Il mio vecchio primario, Guido Atzeni, mi diceva sempre “vai Bosio, fai un concorso da direttore”. Ma io non sono mai andato. Atzeni è stato il mio maestro, il mio babbo scientifico, mi ha insegnato tutto, dalla diagnostica all’oncologia. “Dottore, miro al suo posto quando andrà via. Sto bene a casa mia”, gli rispondevo».

Il legame con Livorno è qualcosa che Bosio sente nel Dna. Ha studiato all’istituto Goustave-Roussy di Parigi, alla Stanford University, ma non se n’è mai voluto andare da qui. «All’inizio degli anni Ottanta iniziai i primi contratti a tempo con gli Spedali Riuniti, ma a Livorno non facevano concorsi. E allora provai ad Alessandria e Piacenza. Vinsi il posto di assistente in Emilia, lavoravamo in una struttura meravigliosa, del 1400, mi proposero di trasferirmi con la famiglia, ma io non accettai. Anni dopo, come esperto di brachiterapia, ho avuto proposte da Siena e da altri centri importanti, ma Livorno è casa mia, non potrei mai lasciarla. Questa è una città divertente, se ce l’hai dentro non ce la fai a vivere altrove: io mi sento labronico, amaranto, fate voi, e non mi stupisco dell’infermiere che mi fischia da lontano per salutarmi. Se non sei nato qui fai fatica a certi modi».

In questi 34 anni sono passati dalle stanze del bunker almeno 35mila livornesi. «Non tutte le storie sono finite bene, ma oggi su cento diagnosi di neoplasie 22 vengono guarite con la radioterapia - sottolinea Bosio -. Ho passato qui dentro tutta la mia vita, il mio premio è la riconoscenza dei pazienti. Una volta è venuto da me un uomo e mi ha detto: “Dottore, da quando mia mamma è guarita, sul comodino tiene un’immagine della Madonna di Montenero e una sua fotografia”».

I ricordi si moltiplicano: «Mi chiamarono per una signora che era ricoverata in oncologia: aveva perso l’uso delle gambe, muoveva solo il primo dito del piede destro. “Proviamo”, dissi. Le feci una singola seduta di radioterapia. Il mese dopo venne in reparto a salutarmi, camminava con le sue gambe, la figlia era al settimo cielo. Aveva una metastasi che comprimeva il midollo spinale, tolsi la compressione con la radio e la signora tornò a camminare. La radioterapia dà delle risposte incredibili. Non sempre dai una cura, ma offri una terapia che migliora la qualità della vita. Una volta con un paziente che faceva il cantante ci mettemmo a cantare per festeggiare: sembrava che non ci fossero alternative ad un’asportazione della laringe e invece riuscimmo a preservarla. È questo il bello della radioterapia, la preservazione degli organi e la loro attività: vivere con la prostata è molto meglio che vivere senza. Quante persone rivedo dopo vent’anni che mi salutano e mi raccontano che hanno ripreso a fare sport e a vivere. L'altro giorno al bar una ragazza mi ha visto e si è messa a piangere: “Lei ha salvato mia sorella” mi ha detto abbracciandomi. Pensi che da qui passano mille pazienti l’anno e trattiamo la maggiorparte di loro. Quest’anno abbiamo superato i 900 trattamenti con l’acceleratore, l’anno scorso ne facemmo 871. Siamo in continua crescita».

La carriera ospedaliera di Bosio si concluderà con un traguardo inseguito da anni: l’arrivo di un nuovo acceleratore lineare che sarà installato nel primo semestre del 2019. «Ci stiamo dietro da cinque anni - racconta -. È un apparecchio di ultima generazione, gemello di quello arrivato nel 2013 che sostituirà l’altro acceleratore. Questa macchina ci permetterà di contornare ancora meglio i volumi da irradiare e i tessuti critici da risparmiare».

Il primario ha proposto all’azienda di seguire con un incarico gratuito le fasi dell’installazione della nuova apparecchiatura. «Serviranno sei mesi. È un passo avanti importante a livello tecnologico. Ma non basta: la città ha bisogno di un ospedale nuovo. Guardatevi intorno, ci sono padiglioni che cadono a pezzi. Lo dico da medico ma parlo anche da cittadino e da futuro utente di questa struttura: bisogna fare presto. Leggo che forse adesso c’è un accordo per fare l’ospedale nuovo nel perimetro attuale. Mi viene spontanea una domanda: dove sarà costruito il bunker, visto che sopra non può starci niente e non può camminarci nessuno a causa delle potenti radiazioni che vengono emesse?». —


 

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