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Dopo il video della macellazione del maiale, fuori dal palazzo del Picchetto ha vinto la paura

Matteo Scardigli
Dopo il video della macellazione del maiale, fuori dal palazzo del Picchetto ha vinto la paura

Livorno, viaggio del Tirreno in centro, nessuno vuole più parlare ma nella zona residenti e commercianti sono esasperati

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LIVORNO. Le porte si chiudono, i citofoni si riappendono e il passo si affretta intralciato dalle borse degli acquisti appena fatti in via Grande, il salotto buono della città. La notizia della macellazione del maiale nella corte del palazzo del Picchetto - pubblicata dal Tirreno - ha chiuso la bocca a tutto il vicinato.

Quelle immagini hanno mostrato un gesto di convivialità quotidiana e insieme un abuso nell'abuso, un gesto compiuto da chi non ha paura delle conseguenze. Tutti sanno, tutti vedono e sentono, tutti devono vedere e sentire perché nessuno parli. Appelli, denunce, esposti e richiami alla legalità si sono susseguiti negli anni. Ma ora, a domanda diretta, quasi nessuno nella zona vuole più esporsi; addirittura chi parla poi chiede di non comparire su Il Tirreno, di cancellare il nome dall'intervista; addirittura chi sta regolarmente nei locali adiacenti al complesso e viene danneggiato ogni giorno dalla condotta degli occupanti irregolari.

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Chi non ha paura invece è Gualtiero Cagna, proprietario di uno dei fondi in via del Pantalone. «Sono nato e cresciuto in questo quartiere, e qui ho deciso di investire per creare un'attività», racconta, poi però prosegue: «Ho acquistato il locale nel 2005, quando di fronte c'era la caserma della polizia. Ma tutto è cambiato da quando il Picchetto è diventato il quartier generale dello spaccio in centro dove chi viene arrestato ricompare poco dopo il rilascio, da quando si è permesso che si venisse a instaurare un regime da due pesi e due misure». E subito precisa: «La provenienza delle persone che vivono lì dentro non ha alcuna importanza, così come la sicurezza non ha colore di partito. Oltre – per paradosso – agli abusi, alla droga, alle minacce, alla prostituzione e alla violenza, lì dentro ci sono persone che parcheggiano furgoni e macchinoni sugli stalli blu senza pagare, tanto ormai gli ausiliari non vengono più a controllare, hanno gli allacci all'acqua e alla luce che paghiamo noi, hanno tutti le antenne della tv e buttano gli scatoloni dei maxischermi al plasma dove noi facciamo la differenziata». Il tutto a due passi dal centro, in centro, davanti al Cisternino di Città, davanti a piazza Guerrazzi che si rimette a nuovo.

«Io ho sempre denunciato i reati di cui sono stato testimone, ho aiutato le forze dell'ordine ogni volta che ho potuto. E capisco l'occupazione per necessità, ma lì dentro vale la regola del "mi piace e mi ci metto", e questo non va bene. L’identificazione di chi ci vive è una questione di sicurezza», continua Cagna, che di fronte a certi abusi sgrana gli occhi: «Ci sono persone che, quando se ne vanno da lì, al bar dove si ritrovano si vantano di aver “venduto casa” perché prendono qualche migliaio di euro, chiedono la cifra che hanno speso per sistemare l'alloggio. E nessuno si indigna e nessuno interviene, tutti fanno a scaricabarile». Il tutto, spiega, in totale assenza di controlli. «Quello che è certo è che questa storia del maiale ha fatto arrabbiare in parecchi lì dentro, perché ha destato molta attenzione», conclude Cagna: «Il bello è che tutti sanno tutto, c'è addirittura un "titolare del condominio" che ogni tanto cambia, eletto da non si sa chi; c'è un governo autonomo dentro la nostra città. E noi che stiamo fuori siamo prigionieri in casa nostra». —
 

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