Gioco
Tempra d’acciaio, Piombino riparte: i primi 100 operai tornano in reparto
Luigi: «Mi sembra di non aver mai lasciato la fabbrica». Sandro: «Un’emozione lavorare di nuovo tutti insieme»
PIOMBINO. Una città stremata da dieci anni di crisi del suo gigante industriale, la ex Lucchini, ora Aferpi, prova a rialzare la testa: lo fa per la terza volta di fila con un imprenditore straniero, l’indiano Sajjan Jindal, che guida uno dei colossi del panorama siderurgico internazionale.Dei duemila lavoratori della fabbrica piombinese alcuni sono in cassa integrazione da sei anni, qualcuno dal 2012 non ha più fatto un giorno di lavoro, dopo la chiusura dell’altoforno nel 2014 e il mantenimento in attività – seppure stop&go – del solo laminatoio rotaie.
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Nei giorni scorsi però, dopo due anni, è ripartito il tve, il laminatoio che produce vergella usando semiprodotto proveniente dall’Oman. Un centinaio di lavoratori di quel reparto è rientrato, ora in fabbrica è attivo circa un quarto della forza lavoro, a gennaio ripartirà il terzo laminatoio che produce barre, mentre si avvicina il via al piano di demolizioni della vecchia acciaieria e si lavora alla nuova acciaieria elettrica, che sorgerà fuori dalla città.
Un progetto da un miliardo, oltre a 300 milioni che Jindal vuole investire sul porto, promettendo una completa ripresa produttiva del gigante d’acciaio, ma che ha il problema dei tempi lunghi per la sua realizzazione. Certo nel panorama siderurgico nazionale e internazionale nessuno pensava che dopo un periodo così lungo di crisi, Piombino potesse ancora essere in piedi a questo punto, in molti anzi speravano proprio il contrario.
Ma nonostante i fallimenti in serie, Piombino ha mantenuto quello che è davvero il suo core business, ossia la qualità professionale di operai e tecnici. «Da questi dieci anni siamo usciti vivi», dice Fausto Azzi, ad di Aferpi, che ha vissuto anche la breve stagione dell’imprenditore algerino Issad Rebrab, un progetto che si è presto arenato, «anche se comunque è stato utile ad arrivare fin qui», dice ancora Azzi, 52 anni, napoletano ma ormai piombinese d’adozione.
Qui la crisi era iniziata nel 2003 col patron Luigi Lucchini che affidò a Enrico Bondi (l’uomo del salvataggio Parmalat) il compito di trovare un compratore, individuato nel 2004 nel russo Alexsejj Mordashov, il “carrarmato” russo padrone di Severstal, beneficiario dell’ultimo anno d’oro della siderurgia, un 2007 di grandi guadagni, prima di lasciare Piombino e la fabbrica sommersa da 800 milioni di debiti. Il vecchio Lucchini, che aveva mantenuto una quota di minoranza, nel 2008 non accettò la disfatta di una delle sue creature più importanti, e vendette anche la francese Ascometal per 350 milioni cercando di salvare Piombino. Tutto vano, con 3-4 anni di andamento a strappi e di cassa integrazione, prima del commissariamento nel 2012 affidato a Piero Nardi, incaricato di trovare un acquirente.
Da lì in sei anni si è passati dalla bufala del giordano Khaled Al Habahbeh (una roba alla Totò e Peppino, per comprare la Lucchini voleva 200 milioni dallo Stato), all’illusoria stagione dell’algerino Rebrab (che per i contrasti col suo governo si vide impedita l’esportazione dei capitali necessari al progetto), fino ad arrivare a Sajjan Jindal, battuto nella corsa per l’Ilva di Taranto, ma a quanto pare soddisfatto di Piombino, o meglio delle potenzialità che attribuisce allo stabilimento toscano.
Jindal si è affidato per impostare la sua campagna su Piombino proprio ad Azzi, che ben conosceva non solo le possibilità ma anche i problemi da risolvere per far ripartire la fabbrica, prima con i laminatoi e poi, secondo i programmi, dal 2022 con la produzione in proprio di acciaio.
Azzi ha capito anche che dopo anni così difficili oltre a mettere un impegno straordinario per far ripartire la fabbrica e il suo mercato, c’era anche da ripristinare un rapporto con la città. Da qui alcune scelte fortemente simboliche, come quella di offrire 15mila euro nei giorni scorsi a una scuola depredata e vandalizzata, per ricomprare i computer rubati, o quella del prossimo 14 dicembre, quando l’azienda aprirà le porte ai dipendenti e alle loro famiglie per un brindisi augurale, che fa pensare alla volontà di ricreare un clima simile a quello degli anni Sessanta-Settanta, quando la fabbrica pur con tutte le sue contraddizioni era davvero qualcosa di più di un posto di lavoro.
«Qualche giorno fa ero in una scuola a parlare dell’acciaieria – racconta Azzi – e ho capito che per molti dei ragazzi era un luogo misterioso. Eppure noi, la città, un giorno avremo bisogno di loro. Per questo spero che le occasioni di confronto diventino la normalità. Per il resto ripeto a tutti che non abbiamo un interruttore per far viaggiare la fabbrica subito al massimo, intanto però siamo ripartiti e i nostri progetti sono in marcia».
L’amministratore delegato di Aferpi dunque oltre a credere fermamente nel progetto, vive molto la città ma anche la fabbrica, spesso è nei reparti, si ferma e parla con tecnici e operai, un modo di fare interpretato come un segnale di impegno e allo stesso tempo di fiducia reciproca.
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«Beh, per noi è un fatto positivo vedere spesso Azzi al tve – racconta Luigi Mosca, 55 anni, che lavora al laboratorio, rientrato due anni dopo l’ultima fermata – Dico la verità, quando ho rimesso piede nel reparto mi è parso di non essere mai andato via di lì. Sono in fabbrica dal 1986, stare a casa due anni è stata dura, dal punto di vista economico perché mia moglie ha un lavoro stagionale e abbiamo due figli, ma anche a livello psicologico. Perché ti senti escluso da qualcosa che ha fatto sempre parte della tua vita».
Sensazioni che conferma un altro operaio del tve, Sandro Tomaselli, 55 anni, che si occupa del controllo qualità: «In azienda c’è un altro clima – sostiene – Azzi si vede spesso, gli indiani hanno una grande cultura siderurgica, anche il direttore Mohan Babu viene nel reparto. Tutte cose che fanno intuire quanto Jindal creda nel progetto Piombino».
Tomaselli racconta il rientro in fabbrica dopo due anni come «una grande emozione, anche per il fatto di ritrovarsi tutti insieme. Sappiamo che per ora lavoreremo con fermate e ripartenze, però io la speranza non l’ho mai persa, perché so che siamo bravi, che abbiamo impianti di ottimo livello, e che possiamo ritrovare anche la fiducia del mercato. Siamo prudenti, visto tutto quel che è successo ma la fiducia c’è, e la grande paura se ne sta andando».
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