Gioco
Cuce i portafogli a Livorno, in Italia sfida chi sfrutta i piccoli artigiani
Brogi, livornese e portavoce di Cna, in prima fila per i diritti delle micro-aziende del mondo della moda in Toscana
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LIVORNO. La vita di una piccola impresa artigiana sta tutta in una manciata di secondi. Quelli in più o in meno che servono per cucire una borsa o una maglia. La riduzione del tempo di realizzazione di un abito o di un accessorio di pelle è questione di vita o di morte, o meglio di tenere aperta o chiusa la fabbrica.
Lo sa bene Paolo Brogi imprenditore livornese, portavoce dei pellettieri toscani di Cna che proprio dall’approvazione, con le altre parti sociali, di tabelle con il costo del lavoro, calcolato in 30 centesimi al minuto per il terzo livello, ne ha fatto il punto di partenza per una lotta che mira a restituire dignità alle imprese artigiane. Il senso è chiaro: tot costa un dipendente al minuto, tot sono gli oneri d’impresa, tot è il tempo necessario per realizzare un capo. Il sottinteso è chiaro: il costo da pagare a chi produce. E da qui partiamo.
Nella storia portata avanti da Brogi ci sono ingredienti vecchi come il mondo industriale e replicabili ovunque si produca qualcosa, dalla passata di pomodoro ai portafogli: lo scontro tra committenti e terzisti, le tariffe eque, l’assenza di contrattazione dei subfornitori, il lavoro dignitoso, il rispetto delle regole, il futuro del made in Italy, la debolezza di realizzare un prodotto finito che non vive di un brand proprio, il ruolo del consumatore.
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Un minestrone di temi da affrontare per la preservazione di un mondo artigiano che è la spina dorsale della Toscana e dell’Italia. Siamo un territorio non a caso scelto dai marchi più famosi. Brogi è originario di Vinci e da qui nasce l’originalità di un’azienda che produce pelletteria a Livorno, forse l’unica di questo tipo nella provincia. Sua madre aveva un’aggiunteria per calzature che negli anni si è trasformata, su e giù per la Fi-Pi-Li, raccogliendo le opportunità date da un settore, quello degli accessori in pelle, in ascesa in Toscana. Una piccola azienda che del coniugare diritti e lavoro ne ha fatto un manifesto, rendendosi paradossalmente meno competitiva rispetto alle troppe realtà che fanno dello sfruttamento il loro punto di forza, i dipendenti (quasi tutte donne) lavorano dalle 7 alle 15,30 così gestiscono meglio la vita privata. Nelle ore in azienda invece il ritmo è scandito da processi ben organizzati.
Grandi firme che scelgono il Chianti e la provincia fiorentina e l’export del settore moda che cresce a doppia cifra non significano infatti automaticamente ricchezza diffusa. All’ombra delle sfilate e delle vetrine lussuose, come numerose inchieste giornalistiche hanno più volte raccontato, ci sono aziende non pagate adeguatamente, obbligate a declinare la parola crisi anche per minacce diverse da quelle più scontate della concorrenza globale (con prodotti a bassissimo costo) o della contraffazione.
In Toscana dal 2000 a oggi hanno chiuso 3.835 aziende artigiane dei settori tessili, abbigliamento e calzature, un dato fortemente mitigato dai numeri delle aziende di confezioni di Prato (+1.715) gestite, in gran parte, da imprenditori di origine cinese. Il saldo negativo complessivo al terzo trimestre del 2018 è di 6. 453 aziende. A livello nazionale le imprese cessate nello stesso periodo sono state 29.000. Numeri, fonte Unioncamere, negativi che mal si coniugano con la crescita esponenziale della produzione da parte dei grandi marchi di moda. «Le piccole aziende della moda della Toscana centrale – spiega Brogi – stanno chiudendo anche per incorporazione. C’è la tendenza a riportare all’interno degli stabilimenti delle firme oltre alle maestranze formate nel mondo artigiano gli artigiani stessi per riacquistare la capacità produttiva e creativa ormai perduta. Adesso i numeri ci parlano di crescita ma nel giro di 10 anni avremo annullato il saper fare dell’artigianato locale. Sarebbe quindi necessario gestire questi passaggi in modo da non lasciare il vuoto e trovarsi nelle condizioni per cui questi gruppi non abbiano, alla fine, più nulla per trattenersi qui».
Non c’è solo il fenomeno dell’inglobazione. A minare le aziende artigiane di un settore che tutto il mondo ci invidia c’è anche la difficoltà a raggiungere la sostenibilità economica. Il rapporto infatti non è diretto tra grandi firme e artigiani: in mezzo c’è quasi sempre un’azienda che fa da albero di trasmissione, il motivo è una gestione migliore delle commesse ma l’altra faccia della medaglia è una limitazione della ripartizione della ricchezza che lascia le briciole ai preziosi lillipuziani della moda. Da non dimenticare poi, contraffazione e mercato dei prodotti a basso costo. «Accanto al tema della sostenibilità delle commesse – commenta Brogi – e quindi la ripartizione delle redditività nelle varie fasi della filiera c’è anche la necessità che passi il messaggio di un consumo più consapevole. È evidente che se acquistiamo portafogli a 12 euro “dentro” quell’accessorio non può esserci il rispetto del lavoro e delle norme fiscali e di sicurezza: ecco quindi che dovremo cominciare tutti ad acquistare magari meno ma acquistare meglio. Per il nostro benessere e per la sostenibilità futura della nostra economia».
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