Gioco
Il vescovo Giusti: "Campagna elettorale su casa e lavoro anziché sulle paure, sarà l’Ovosodo Valley"
La strigliata di Giusti dopo il sondaggio con la Lega in testa a Livorno: «C’è bisogno di concretezza per richiamare nuove industrie»
LIVORNO.«Ai protagonisti della prossima campagna elettorale chiedo una cosa: concretezza. L’esatto contrario di agitare i vecchi stracci ideologici della paura». “Concretezza” però è la denominazione che per il nuovo decreto sbandiera l’attuale governo gialloverde, pur concretizzando poco. «Dico solo che la città di tutto ha bisogno tranne che di accapigliarsi: semmai ha bisogno di fare squadra davvero sulle soluzioni, ciascuno cercandole dove può e come può. Anziché “concretezza” la chiamiamo “efficacia”? A me va benissimo. Basta che si risolvano i due problemi che tengono in ansia i livornesi: lavoro e casa».
Il vescovo Simone Giusti, nel suo studio in vescovado, ha davanti a sé la pagina del Tirreno con il sondaggio Swg che indica la Lega come primo partito (al 24%): a distanza di quattro anni e mezzo dallo sconvolgimento che con l’arrivo di Nogarin ha fatto crollare l’egemonia della sinistra dopo settant’anni, ecco saltar fuori l’eventualità che l’ex roccaforte rossa sia conquistata dalla destra.
Lega prima al 24%, M5s e Pd a meno di un’incollatura (23,5%). Mai l’esito elettorale è stato così incerto e la città così contendibile, mai è stato così alto il rischio di una campagna elettorale che spacchi la città e la lasci a brandelli…
«Occhio che il sondaggio dice anche un’altra cosa: il “partito” più grande è quello degli indecisi, 44%. E questo la dice lunga. Ma questa estrema mobilità dell’elettorato, l’abbiamo visto anche nelle ultime votazioni, ci dice che sono saltati gli schemi classici: la gente chiede soluzioni, non propaganda. Risposte reali, non chiacchiere acchiappa-voti».
Siccome la campagna elettorale è incertissima, chissà quanti politici avranno provato a tirarla per l’abito talare. C’è la fila fuori dal suo ufficio...
«La fila c’è sempre ma di tutti…». Politici? «E anche imprenditori. Soprattutto gente comune. Un vescovo è “padre” di tutti questi figli, posso non ascoltarli?».
In realtà, c’è il rischio che la città risulti una maionese impazzita se nessuno fa da punto di riferimento: il tam tam parla di un fiorire di tentativi di creare liste civiche. Quanti hanno bussato da lei: caro vescovo…
«I fiori sbocciano a primavera, lo vedremo cosa spunterà davvero sui rami…».
C’è però bisogno di un “regista”, e lei…
«Sia chiaro, io non ho da girare nessun film. Non mi interessa essere il regista del fiorire delle liste civiche, mica è compito del vescovo».
E cosa le interessa?
«A chi bussa alla mia porta, la apro come ho fatto con voi del Tirreno. Ripeto quelle che considero le priorità: casa e lavoro. Lo dirò ai tanti esponenti politici che hanno chiesto di incontrarmi per gli auguri di Natale: voglio che la campagna elettorale si concentri su soluzioni realistiche».
Casa e lavoro, ok. Ma ad esempio?
«Andiamo al sodo. Non mi piace veder agitare lo spauracchio dei migranti per raccogliere voti, ma lasciarli lì a non far niente è una soluzione o serve a far marcire un problema?».
Sicché?
«Le risorse si trovano, basti vedere quel che accade con il reddito di cittadinanza. Tutti quei soldi mettiamoli non nell’assistenza bensì in un enorme programma di lavori socialmente utili: come se parlassimo dell’attuale “servizio civile” ma moltiplicato per dieci o per cento. Con migliaia e migliaia di persone, compresi migranti e rifugiati, che avrebbero un piccolo reddito e al tempo stesso si renderebbero utili con manutenzioni, piccoli lavori, pulizie di spiagge, interventi sui beni pubblici».
Vabbé, ma la soluzione di tutti i mali non può essere un “servizione civilone”…
«Intanto, gli stranieri si vedrebbero riconosciuta una dignità, si sgonfierebbe questa brutta sensazione che li trasforma in bersaglio di rancore quando li si vede lì a non far nulla: e questo toglierebbe dal menù tanta rabbia e rancore. Ma penso anche a tanti italiani in difficoltà economiche. Però mi auguro una svolta, non solo il tamponamento delle falle».
Una svolta come?
«Ad esempio, il porto non vive di soli container. I traffici di auto nuove hanno bisogno di tanta manodopera di bassa qualifica, e Grimaldi mi riferisce che ci sono prospettive. E Onorato mi segnala la difficoltà di trovare forzalavoro ai livelli inferiori. Ma mi si dice che, se tutto fila liscio e nella migliore delle ipotesi, lo sviluppo del porto potrà avere la capacità di generare mille posti di lavoro. Però il leader Cgil Zannotti mi racconta che i disoccupati si contano a decine di migliaia. Ci vuole qualcosa di più, e questo qualcosa si chiama in un modo solo: insediamenti industriali da attirare a ogni costo. E’ su questo che dev’esserci la competizione in campagna elettorale: non chi la spara più grossa ma chi ha l’idea più efficace e fattibile. Con uno slogan: come creare la nostra Ovosodo Valley».
Insiste sull’industria senza parlare di turismo.
«Non ha senso snobbare l’industria ma non vedo perché si dovrebbe allora chiudersi a una crescita nel turismo. Livorno ha tutti i requisiti per diventare una sorta di Viareggio popolare per il turismo balneare. Per dirne una: l’enorme area dell’ex ippodromo a un passo dal mare vogliamo lasciarla così? Un altro esempio: se le crociere avessero qui partenza e arrivo anziché il solo transito, non ne guadagnerebbe tutto l’indotto? Insomma, non mi rassegno a veder ridurre Livorno a città sotto i 100mila abitanti».
Architetto, urbanista: ora si mette a fare pure il monsignore-demografo?
«Guardi che non è una questione di demografia: alla decrescita infelice non mi arrendo. Così come non alzo bandiera bianca di fronte all’altra grande emergenza livornese: la casa. Possibile che, stando alle cifre che mi sono state fatte, esistano mezzo migliaio di famiglie a caccia di un tetto e settemila alloggi sfitti?».
È così, lo dicono le cifre.
«Non è il mestiere di un vescovo, ma potrei dire: la politica si sfidi a indicare le aree dove costruire nuove case popolari o disegnare accordi con banche e proprietari per creare condizioni utili a far mettere sul mercato tanti alloggi da affittare. Ricordo un mio grande prof dell’università, Cervellati: agì sulla detassazione per far rianimare il centro di Bologna. È qui il campo della politica, vogliamo capirlo? Così come bisognerebbe porre mano a meccanismi di redistribuzione della ricchezza: non è accettabile questo livello di diseguaglianze».
Lei è stato il primo esponente della classe dirigente a sdoganare Nogarin appena eletto con un messaggio aperturista. Poi l’ha bersagliato di critiche, peggio dell’opposizione. Deluso?
«Quel messaggio era il segno che la Chiesa non ha preclusioni: l’elettorato ha deciso e ho detto che avremmo collaborato per il bene di tutti. Ad esempio, sull’alluvione: spetta alla magistratura accertare le responsabilità, ma come faccio a girarmi dall’altra parte quando ascolto il lamento della mia gente perché qualcosa non ha funzionato. Ma non avevo fatto sconti neanche alla giunta precedente. E comunque io vescovo non posso rinchiudermi o a farmi rinchiudere fra lumini e incenso, dopo aver ascoltato le lacrime di tanta gente».
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