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Aids-record in città, ogni dieci giorni un nuovo caso di Hiv. I più colpiti sono i 50enni
Livorno, i rapporti sessuali tra etero sono la prima causa di contagio. Sani: «Fondamentale il test, per curarsi e per la comunità»
LIVORNO. Ogni 10 giorni al reparto di malattie infettive dell’ospedale di Livorno viene scoperto un nuovo caso di infezione da Hiv. «Non si vede la luce», afferma il primario Spartaco Sani. «Speravamo che la malattia andasse ad esaurirsi e invece ogni anno siamo qui a contare i nuovi sieropositivi». E anche i morti: da inizio 2018 sono stati sette.
Eppure ci sarebbe una strada per cancellare la malattia: oltre alla prevenzione primaria, dunque ad un approccio alla sessualità più responsabile - che è fondamentale -, basterebbe controllarsi. «Il 15 per cento di coloro che sono stati contagiati, sono sieropositivi ma non lo sanno. L’obiettivo dovrebbe essere quello di testare tutti: dovrebbe essere una strategia routinaria. Perché quando un soggetto sa di essere sieropositivo e segue le cure, queste oggi sono in grado di sopprimere il virus ed eliminarlo dal sangue (ma non purtroppo dall’organismo) e dunque quando uno è sotto terapia non è contagioso e non può trasmettere l’Hiv», spiega Riccardo Pardelli, braccio destro di Sani e responsabile della sezione Aids del reparto.
Insomma, con uno screening di massa il virus potrebbe essere eliminato. Ma oggi un progetto di questo tipo non sembra possibile, anche perché a differenza degli screening tradizionali (carcinoma dell’utero, mammella e colon retto), nel caso dell’Hiv la popolazione da coinvolgere sarebbe quella globale degli adulti e non solo... Basti pensare che quest’anno in Toscana uno dei nuovi casi ha appena 17 anni, un bimbo o poco più.
La media dell’età in realtà è in crescita: «Sta aumentando ovunque e a Livorno si attesta sui 50 anni», spiega Sani. Cambia anche l’estrazione sociale dei contagiati. E soprattutto cambia la causa di contagio: nel 90% è di origine sessuale, per lo più eterosessuale.
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Si tratta di persone inserite nella società, padri di famiglia, professionisti, disoccupati e operai. «A 50 anni mica prenderò l’Aids, è il ragionamento che fanno molti. Più il tempo passa, più uno pensa di essere immune, ma non è così», sottolinea Pardelli.
Quasi la metà dei 35 nuovi casi di Hiv che si sono registrati da gennaio a novembre di quest’anno, sono arrivati a malattie infettive in Aids conclamato. «Manca la percezione del rischio - continua Pardelli - se questi soggetti avessero fatto il test avrebbero scoperto di essere sieropositivi».
Arrivare quando il virus è già sfociato in Aids crea problemi di gestione e recupero. «Oggi contiamo 700 persone con Hiv. Le terapie sono efficaci e poco tossiche, ma quanto più precoce è il rilievo della patologia, tanto meglio è - sottolinea il primario Sani -. L’aspettativa di vita oggi è simile a chi non ha contratto la malattia. Problema diverso è se un paziente arriva in malattia avanzata, con quadri di immunodeficienza severa. Anche loro possono recuperare ma i primi anni sono molto faticosi. Fare il test è un vantaggio, per se stessi e per la comunità».
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