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Rifiuti d’oro, l’odissea non è ancora finita Alla Rari licenziamento per 13 addetti su 16
L’azienda si salva in extremis con la richiesta di concordato. Il sindacato: c’è una trattativa per la cessione a un gruppo
Alla fine si è materializzato il (doppio) incubo peggiore: da un lato, è ancora lì dentro l’azienda una montagna di tonnellate (4mila?) di rifiuti che sono una “polveriera ecologica” perché, per ammissione di tutti, sono qualcosa di ben diverso dall’immondizia domestica; dall’altro, dentro l’azienda non ci sono più i lavoratori che quei rifiuti avrebbero potuto portare altrove. Stiamo parlando della Rari, azienda livornese controllata dalla Lonzi Metalli: l’una e l’altra travolte dal ciclone della coraggiosa inchiesta choc della direzione distrettuale antimafia.
In extremis l’azienda ce l’ha fatta a salvarsi: quando un creditore del Nord Italia è andato all’attacco con un decreto ingiuntivo (rompendo la fase attendista del fronte di quanti avevano da riscuotere da Rari), il giorno prima dell’udienza in cui si rischiava il patatrac del fallimento è stata presentata richiesta di concordato e l’indomani, come conferma l’anagrafe camerale, è stato nominato il commissario giudiziale (il commercialista cecinese Giacomo Boni). Non ce l’hanno fatta a salvarsi dal licenziamento 13 dei 16 lavoratori rimasti dopo che alcuni si erano ricollocati e altri erano andati in pensione: i sindacati - sia come organizzazione di categoria (la Cgil Fp con Giovanni Golino) sia a livello aziendale con la Rsu – hanno firmato l’accordo con cui si arriva al licenziamento collettivo.
Restano in azienda solo due impiegati per seguire l’iter del concordato e un operativo per tenere sott’occhio la situazione dal momento che in azienda resta ancora una grande quantità di rifiuti da smaltire.
Difficile trovare una soluzione: l’attività è ferma (e dunque i ricavi sono pressoché azzerati) e, siccome si tratta di rifiuti che hanno bisogno di una certa complessità di smaltimento, a quanto viene riferito l’operazione risulta comportare un costo rilevante (con trasferimento forse in impianti localizzati in Germania o Portogallo). Ma proprio questo è quel che inquieta tanto i lavoratori licenziati quanto, soprattutto, chi vive e lavora tutt’attorno.
«Abbiamo fatto di tutto – dice dalla trince sindacale Golino – per tenere i lavoratori agganciati al proprio posto di lavoro: per quasi un anno siamo riusciti a far pagare anche gli stipendi nonostante gli impianti fermi».
Poi non è stato più possibile: non c’erano alternative, giura il leader Cgil Fp. «Ma a quel punto – rincara – abbiamo negoziato un accordo che riporta al lavoro quegli addetti qualora l’attività riprenda. Anzi, si ripartirà da loro anche se l’azienda dovesse in qualunque modo passare di mano. Per questo abbiamo stabilito una serie di criteri di priorità e alcuni ingranaggi tecnici che, con un rientro a rotazione, consentono un mix con la Naspi così da tenere quanti più lavoratori agganciati all’azienda o a quel che sarà».
E in effetti una prospettiva c’è, dice il dirigente sindacale: sono in corso trattative con un imprenditore intenzionato a investire in quell’impianto. Resta da capire se stavolta, diversamente dal passato, il passaggio avverrà. —
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