Gioco
«Lo giuro»: la parola gridata al vento che lega per sempre alla Marina Militare
Dalle pagine di Berti: quando l’ammiraglio Bergamini eseguì l’ordine di consegnare la flotta agli alleati invece di affondarla
LIVORNO. La ricorrenza di Santa Barbara (protettrice della Marina Militare italiana, dei Vigili del fuoco, delle Armi di Artiglieria e Genio che la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa celebrano il 4 dicembre) è un giorno di festa in Accademia Navale, che ruota attorno a quel fatidico “Lo giuro!”, scandito a gran voce dagli Allievi sul piazzale.
Un grido che sarà ripetuto domani, 1° dicembre, sul piazzale del Brigantino. A contorno, i familiari, gli amici, le autorità, uniti in un tutt’uno, momenti indimenticabili.
Ma non sempre, purtroppo, è stato così. In quella Santa Barbara del 1977, la prima dopo la tragedia del Monte Serra, così scriveva il professor Giuseppe Bruni, per cinquant’anni docente d’inglese in Accademia Navale: «E’ nei giorni di festa che si sente struggente, quasi disumana, la mancanza di chi vorremmo ci fosse vicino. Santa Barbara, giorno di festa in Accademia: ci mancano i trentotto compagni, con i quali avevamo cominciato a vivere insieme. Ci sono mancati giorno per giorno: anche un vuoto fisico quello lasciato da loro. Per riempirlo, ci siamo dovuti stringere, accostarci più vicino, gli uni agli altri e la vicinanza ci ha reso più forti».
Sì, il Giuramento, da sempre e per sempre. Ed in una riflessione storica se lo chiedeva il giornalista parlamentare livornese Angiolo Berti, riferendosi agli Allievi ufficiali “con lo sciabolino” – come li chiama rispettosamente la gente di Livorno - ragazzi che entravano a far parte del servizio permanente effettivo per propria scelta. Una situazione alla pari, oggi che il servizio militare è su base volontaria, ma che mantiene al contempo un solo denominatore, l’impegno di eseguire i doveri dello Stato.
«Pur cambiati i tempi ed i valori – scriveva il giornalista – il giuramento è ora punto di riferimento etico e politico insieme, da valutare ben al di là della tradizione, se la cerimonia del 4 dicembre volessimo collegarla soltanto a motivi sentimentali».
«Fu appunto nel nome di quel giuramento sul “Piazzale” tanto tempo prima, che la sera dell’8 settembre 1943 l’ammiraglio Bergamini mise da parte la propria intenzione di autoaffondare le navi - proseguiva Angiolo Berti - Obbedì, invece, all’ordine del Governo legittimo di accettare un sacrificio morale davanti al quale quello del sangue è secondario, portando le forze navali da battaglia, incontro al nemico di poche ore prima come pegno di leale esecuzione dell’armistizio».
Così avviene, concettualmente, in tanti altri Paesi. «La comunità internazionale – si legge - fa quindi salvo il significato del giuramento quale che sia l’entità politica o spirituale che viene invocata a testimonianza di un impegno umano così solenne, perché tali sono le esigenze invalicabili del rapporto diretto fra cittadino e Stato».
«Il nostro giuramento - concludeva nel suo scritto - si richiama ai valori della Repubblica nata dal sangue della Resistenza ed indica un solo bene costituzionale, la Patria. Non è un simbolo astratto, è la Costituzione e l’impegno a difenderla; sono i valori della democrazia parlamentare, del pluralismo, della partecipazione. La Patria è uguaglianza effettiva dei cittadini davanti alle leggi. E’ lavoro, istruzione ,selezione dei più meritevoli, è fatica. Non vi possono essere corpi separati».
Tutto questo comincia da una parola gridata nel vento: “Lo giuro”. —
Gian Ugo Berti
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