Gioco
Nell’età dell’oro del basket a Fantozzi e Bonaccorsi non rubava palla nemmeno... Michael Jackson
Livorno, dalla finale persa dalla Libertas al match tra Italia e Russia, c’era una volta la città dei canestri dove lo sport era passione, sfottò e visibilità
LIVORNO. Se puntassimo le lancette della nostra vita indietro di 30 anni ci verrebbe quasi da ridere. Se qualcuno, negli anni Ottanta, avesse cancellato una partita della Nazionale di basket a Livorno per un concerto di Emma Marrone (massimo rispetto per l’artista, s’intende) sarebbe stato inseguito per strade e per calli.
No, quando il basket era imperatore, da queste parti, nemmeno il tour di Michael Jackson avrebbe sfrattato i giganti che guardano a 3. 05. Nemmeno il piano di Elton John avrebbe scalzato Fantozzi, nemmeno il gorgheggio vellutato di Stevie Wonder avrebbe rubato palla a Bonaccorsi.
Semplicemente perché il basket era passione, spettacolo, certo, ma anche e soprattutto tessuto connettivo di una collettività. Era contrapposizione di ambienti, di strati sociali, era la tradizione borghese della Libertas contro l’anima popolare della Pielle, era il padre che litigava col figlio, i fidanzati che si lasciavano alla vigilia del derby e si rimettevano insieme, con tante scuse, dopo essersi amabilmente mandati in un certo paese dai gradoni del Palallende.
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La Livorno del basket, nell’era dell’oro (dal 1978 alla sciagurata fusione di Querci, primi anni Novanta) fu tutto questo: anche un business, ca va sans dire. Perché arrivarono sponsor importanti (Enichem su tutti), campioni planati come marziani da un pianeta allora insondato come la Nba e diventati subito clienti fissi della Baracchina Rossa o dei ristoranti tipici del centro, soldi, affari, risonanza mediatica planetaria. Quando, nel maggio 1989, la Libertas arrivò alla bella scudetto contro la proterva Milano di Meneghin, Mc Adoo e Premier, quella partita ebbe un’audience spaventosa, quasi da partita di calcio.
La piccola e marginale Livorno divenne la città derubata, la Sherwood che la paga allo sceriffo di Nottingham e proprio quella ferita fu un’ideale medaglia sul petto della povera, piccola provincia dello sport.
Il basket crebbe e proliferò, insinuandosi con tempismo nella vacatio del Livorno calcio, che annaspava tra fallimenti e campionati dilettantistici. Ogni benedetta o maledetta domenica, trovare un biglietto per il “palazzo” era impresa titanica e l’impianto di via Allende diventò anche una ribalta sociale, dove guadagnare le poltroncine in prima fila significava essere qualcuno in città, farsi vedere.
Nel 1976, quando il piccolo e glorioso palaCosmelli fece posto all’attuale Palamacchia (che sembrava sterminato, oggi fa tenerezza), l’impianto che odorava di parquet e legno tirato a lucido venne inaugurato proprio dalla nazionale italiana e dai giganti russi: chi non è più ragazzo ha stampato nella mente l’ingresso di Tkacenko, un mostro di 2, 23 che sembrava l’orco delle favole e schiacciava senza staccare i piedi da terra. Quindici anni più tardi, quando il sole del canestro stava sparendo all’orizzonte di errori gestionali e strategici, gli azzurri tornarono a Livorno come omaggio a due grandissimi come Alessandro Fantozzi e Sandro Dell’Agnello, sempre contro i russi.
Oggi, di quel basket, restano i ricordi, le pagine color seppia, gli eroi imbiancati e una miriade di meritevoli società che cercano di sopravvivere. Restano le tremila persone al derby di serie C e gli spalti gremiti per la sfida amarcord delle vecchie glorie. Resta la passione, la sottile e dolce malattia per la retina che si gonfia. Restano le illusioni. E resta, soprattutto, l’astronave di Porta a Terra, impianto-monstre da Eurolega che aspettava solo di aprire le porte di nuovo alla grande pallacanestro. Ma quelle porte le richiuderà, potenza di Emma Marrone.
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