Il Tirreno

Livorno

Morti sospette in ospedale, il sopravvissuto all'eparina: «Ero in coma, non so cosa mi hanno dato»

Federico Lazzotti
Morti sospette in ospedale, il sopravvissuto all'eparina: «Ero in coma, non so cosa mi hanno dato»

Livorno, per la somministrazione a Dilo Mario Canessa l’infermiera Fausta Bonino è accusata di abuso d’ufficio. Ma il paziente rivela: «Non andrò al processo»

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LIVORNO.  Per investigatori ed esperti Dilo Mario Canessa, 74 anni, ex operaio della Magona, è un sopravvissuto. Di più: è l’unico paziente ricoverato nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Piombino ad essere riuscito a salvarsi da un’emorragia causata da un’iniezione di eparina effettuata «al di fuori degli schemi terapeutici». A somministrargliela – secondo la procura di Livorno – è stata Fausta Bonino, l’infermiera accusato per questo episodio di abuso d’ufficio e soprattutto indagata per aver ucciso con la stessa tecnica dieci pazienti ricoverati a Villamarina tra il settembre del 2014 e lo stesso mese dell’anno successivo.

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Oggi l’ex operaio ricorda a fatica quei giorni trascorsi in ospedale. A cominciare dalla notte del 12 gennaio 2014 quando intorno alle 3 è arrivato in Rianimazione in condizioni gravissime. «Non respiravo quasi più», spiega dalla sua casa di via della Repubblica, a pochi passi dal centro di Piombino. A leggere la ricostruzione degli esperti attraverso la cartella clinica, l’iniezione che stava per costargli la vita è stata effettuata un giorno e mezzo più tardi e più precisamente pochi minuti prima delle 7 del 14 gennaio quando in turno c’era proprio la Bonino.

«Non mi sono accorto di nulla – ammette – e non so cosa ho preso: ero malato, in coma, in condizioni disperate. Sono stato all’ospedale per altri motivi e non so cosa sia successo in quei giorni. Se mi è stata iniettata l’eparina non potrei dirlo, ma i problemi di coagulazione ci sono stati: lo dicono le cartelle cliniche». Con estrema difficoltà l’ex operaio ricorda anche il suo compagno di stanza, Marco Fantozzi, deceduto il 19 gennaio sempre per un’emorragia, caso per il quale la procura ha però chiesto l’archiviazione nei confronti dell’infermiera.

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«Del mio compagno di stanza – prosegue – non sapevo nemmeno il nome, ma qualche giorno più tardi ho saputo che ci aveva lasciato». Dell’orrore ipotizzato dagli inquirenti andato in scena nel reparto dove Canessa è stato ricoverato per una settimana ha saputo solo molto tempo dopo. «Non so che idea farmi rispetto a questa storia – dice – secondo me sono stato curato in modo decente e corretto, se c’è stata questa cosa non potrei dirlo. Medici e infermieri erano gentili e carini. Mai visto nulla di particolare, non mi posso lamentare di come sono stato tratto. L’ho detto anche ai carabinieri quando mi hanno chiamato. Il decorso ospedaliero poi o è stato tranquillo, forse me ne rendo conto più ora della preoccupazione della mia famiglia. Perché mi davano poche speranze. Mi sento un sopravvissuto perché sono arrivato tardi all’ospedale».

Accanto a lui, in qui giorni in cui era sospeso, sono rimaste sempre figlia e la moglie Anna. «Noi non potevamo entrare – dice – ci facevano visitare mio marito solo cinque minuti al giorno. I medici ci spiegarono che aveva avuto una emorragia ma che era stato preso in tempo perché aveva un problema di emoglobina, aveva fatto diverse trasfusioni e quindi era costantemente monitorato. La Bonino? No – risponde – di lei ho visto solo le foto sul giornale». Adesso che per l’infermiera è stato chiesto il processo e Canessa compare tra le trenta parti offese individuate dal tribunale, l’ex operaio anticipa ciò che farà il prossimo 18 gennaio. «Non mi presenterò al processo – anticipa – non ho quel tipo di carattere, per noi questa storia si è chiusa cinque anni fa, ora sto bene, anche se l’età è quella e si invecchia».


 

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di Redazione web