Gioco
Fu venduta da Sotheby’s per 666mila euro, ma l'Asl ne rivendica la proprietà
Il presidente nazionale dell’Unione Ciechi: «Aspettiamo il giudice, la sezione di Livorno ha commesso una leggerezza. Pronti a risarcire»
LIVORNO. «La sezione di Livorno avrebbe dovuto chiederci l’autorizzazione per vendere quella statua. E probabilmente non l’avremmo data. Serviva più cautela, sarebbe bastato rispettare i nostri regolamenti interni. E invece si è agito con leggerezza». Mario Barbuto, docente universitario, presidente nazionale dell’Unione italiana ciechi, non cerca difese d’ufficio e bacchetta la presidente della sezione livornese dell’associazione, Roberta Foresi, che tre anni fa procedette alla vendita all’asta di una statuetta per decenni dimenticata nelle stanze dell’istituto Frediani di via del Mare, di proprietà dell’Asl, date in comodato d’uso gratuito all’Unione Ciechi.
La scultura, come ha raccontato ieri il Tirreno, fu battuta da Sotheby’s, a Londra, il 16 dicembre 2015 e fruttò 485mila sterline inglesi, 666mila euro. All’inizio di quest’anno però, l’Asl, che ignorava l’esistenza di quella statua raffigurante Santa Lucia e scolpita nel 1930 da uno dei più grandi scultori italiani del Novecento, Adolfo Wildt, venne a conoscenza della vendita e ne rivendicò la proprietà. Dopo un lungo carteggio tra avvocati le parti hanno concordato di affidarsi a un giudice per decidere chi era il proprietario al momento della vendita: l’arbitrato è fissato per il 10 gennaio 2019. «I soldi - afferma il presidente nazionale dell’Unione Ciechi - sono già stati accantonati. Se il giudice civile dirà che Santa Lucia apparteneva all’Asl li verseremo all’azienda sanitaria. Ma non è detto, aspettiamo la decisione».
Barbuto, quale tesi o quale documentazione porterete al giudice per sostenere che la statua era vostra e non dell’Asl?
«Siccome la sede è stata data in comodato e la proprietà di quella statua non è mai stata rivendicata la nostra presidente ha pensato che fosse di proprietà dell’Unione e ha proceduto alla vendita».
Voi, a Roma, ne eravate al corrente?
«No, poiché la sezione di Livorno non ha rispettato la procedura interna, che prevede un’autorizzazione dell’Unione ciechi nazionale».
Avreste autorizzato la vendita?
«Probabilmente no. Intanto perché prima di dismettere il patrimonio è bene essere cauti, guardare la destinazione, verificare le finalità del ricavato: questa è una nostra abitudine generale. In questo caso ci sarebbe stato un elemento in più per negare l’autorizzazione: l’incertezza riguardo alla proprietà».
A proposito, ma i 666mila euro, tolte le commissioni, a chi sono andati: alla sezione di Livorno o a Roma?
«Questi ricavati rimangono alle sezioni, non abbiamo l’abitudine di prelevarli».
E il denaro c’è ancora?
«Ne avevano utilizzato un pochino, circa 40mila euro, ma il resto è ancora tutto lì. E infatti non è stato difficile per noi ripristinare la cifra totale che eventualmente dovrà essere restituita all’Asl e accantonarla in attesa del giudizio».
È vero che la presidente Foresi, prima di avere il via libera dalla Soprintendenza di Genova per la vendita della statua, aveva ricevuto un diniego da quella di Pisa?
«Non lo so, perché non avendo richiesto un’autorizzazione nazionale a noi, tutte le procedure sono state fatte a livello locale, dunque non lo confermo né lo smentisco. Certo, ammetto che è strano che da Livorno non ci si rivolga a Pisa e si chieda il nulla osta a Genova. Ma sinceramente mi domando anche perché Sotheby’s non abbia preteso un certificato di proprietà prima di procedere alla vendita. Ci sono tanti piccoli dettagli che suonano strani».
Se il tribunale riconoscerà l’Asl come proprietaria della statua, chi ha venduto il bene pubblico sarebbe incorso in un reato.
«Di questo, nel caso, risponderà la signora Roberta. A me dispiacerà perché sono sicurissimo che abbia agito in assoluta buonafede, ma in modo un po’ incauto, con leggerezza. Aggiungo che se anche la proprietà dovesse risultare nostra, la signora Roberta potrebbe dover rispondere alla nostra sede nazionale». —
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