Il Tirreno

Livorno

Dalla Trw alla Silicon Valley, Matteo Dini nel tempio Samsung

Juna Goti
Dalla Trw alla Silicon Valley, Matteo Dini nel tempio Samsung

Il 41enne livornese invitato tra i relatori della conferenza Usa degli sviluppatori. È il numero uno per i quadranti degli orologi scaricati nel 2017 dallo store

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LIVORNO. Quando vent’anni fa, con in tasca il diploma dell’Iti e un contratto a tempo indeterminato, si licenziò dalla Trw per tuffarsi nel commercio via web in parecchi lo presero per matto, o quasi. Neppure lui si sarebbe mai immaginato di ritrovarsi nel novembre del 2018 a San Francisco, nel quartier generale Samsung, invitato a parlare alla conferenza internazionale degli sviluppatori come top seller 2017 di watch faces. In altre parole come primo al mondo per numero di quadranti di orologi digitali da lui stesso disegnati e scaricati dagli Usa alla Cina attraverso il Samsung store.

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Matteo Dini, 41 anni, padre musicista nell’orchestra di Sanremo e madre che gestisce un banco al Mercato Centrale, è nato e cresciuto a Livorno. Fa ancora un po’ i conti con jet lag quando di ritorno dalla Silicon Valley californiana sale i gradini del Tirreno. «No no, non vivo in America, vivo qui». Negli Usa si è portato un amico, Virgilio Catarsi, una spalla per l’inglese. Perché alla Samsung developer conference del 7 e 8 novembre non è “solo” stato invitato a parlare dal palco accanto al dirigente Niklas Lyback, ma per due giorni ha incontrato clienti, progettatori e manager nel box a lui riservato all’interno dell’evento.

Tanto per avere un’idea: negli Usa non ha partecipato a una conferenzina qualunque, ma all’evento nel corso del quale il colosso con base in Corea ha mostrato il suo primo smartphone con display flessibile, ovvero il telefono pieghevole che sarà poi presentato ufficialmente a gennaio.

Dini è in sostanza un partner, un libero professionista 2.0: lavora da Livorno, da casa, dove sforna idee che una volta ricevuto l’ok finiscono sul Samsung store. «Cosa faccio? Mi occupo del design e dello sviluppo software dei quadranti negli smartwatch. In pratica sono più un disegnatore che un programmatore. Vede...?». E mostra il quadrante dell’orologio che ha al polso: «Disegno gli elementi grafici partendo da zero e associo le funzioni». Come conta passi, misurazione del battito cardiaco, conta calorie e tutte le classiche funzioni di un orologio che ormai è quasi un cellulare.

Come è iniziato tutto? «Per caso», risponde: «Comprai un orologio Samsung nel periodo di Natale, era il dicembre del 2016. Vidi che c’era uno store per i quadranti e mi misi a cercarne uno. Non lo trovai come avrei voluto, così me lo feci». Forte di un bel po’ di esperienza in programmi grafici. Il livornese Inizia a inventare quadranti nella prima metà del 2017: «Ho fatto un paio di disegni, li ho inseriti nel Galaxy store, ho ricevuto un discreto successo, così ho continuato».

Lui progetta e invia alla casa madre che controlla, certifica e mette online. Il guadagno è una percentuale sulle vendite. Ci si mangia? «Ora sì, ma ci si deve dare parecchio da fare. Sono stato qualche mese a non distinguere il giorno dalla notte». Perché questo lavoro non conosce fusi orari e le e-mail degli users che chiedono supporto tecnico arrivano da mezzo mondo: primo mercato – racconta – sono gli Usa. In Europa tengono Germania e Russia, ma anche Francia e Inghilterra. Poi ci sono i mercati asiatici, con Cina e Corea. «L’Italia? Sta incrementando, ma siamo ancora un po’ testardi...». Per cambiare i quadranti come fossero vestiti si paga in dollari: «Indicativamente dagli 80 centesimi a poco più di un euro». Samsung riconosce al partner una provvigione. «Tra orologi gratuiti e a pagamento ho raggiunto i 3 milioni di download. È chiaro che le App gratuite sono le più scaricate. Quindi – sorride – non ho guadagnato 3 milioni di dollari eh».

Quando si è tuffato nei watch faces stava lasciando il mondo dei droni. «Insieme ad alcuni soci gestivo un’azienda di droni, la Drone Point. Lasciammo perdere perché il settore si stava evolvendo in modo così esponenziale da non promettere più come all’inizio». Così «ho cercato lavoro fuori dall’Europa, ho usato Internet e mi sono buttato». «Ho sempre lavorato nel settore informatico tecnologico», racconta ancora: «Vent’anni fa ho fondato forse una delle prime aziende in Italia di e-commerce: vendevo online microcomponenti elettronici che prendevo dalla Cina». Ma uscito dalle superiori ha lavorato anche in fabbrica, alla Trw, chiusa nel dramma quattro anni fa: «Ero in catena di montaggio, facevo le idroguide. Poi vidi che il commercio via web stava funzionando bene, così mi licenziai: mi buttai a capofitto su qualcosa che per molti non aveva nemmeno senso di esistere».

Ora, un passo (o un quadrante) alla volta, continua a guardare verso l’America: «In casa abbiamo una finestra sul mondo dalla quale possiamo recepire qualsiasi tipo di informazione e crearci anche un lavoro. Se si hanno gli stimoli e la voglia si può fare».
 

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