Il Tirreno

Livorno

L’ultra-yacht per il magnate è il regno dell’ipertecnologia

Mauro Zucchelli
John Staluppi, con la giacca azzurra, a bordo del suo nuovo yacht brinda insieme al designer esterni Giorgio Cassetti, al project manager Nicola Nicolai e al responsabile interior design Domenico Gavagnin
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John Staluppi, con la giacca azzurra, a bordo del suo nuovo yacht brinda insieme al designer esterni Giorgio Cassetti, al project manager Nicola Nicolai e al responsabile interior design Domenico Gavagnin

Consegnato da Benetti a un tycoon americano un “69 metri” nel segno di 007. Per realizzarlo 750mila ore di lavoro e un arcipelago di fornitori toscani

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LIVORNO. L’ha chiamato “Spectre” come il film di James Bond, e questa non è una novità perché anche gran parte del resto della collezione di maxi-yacht del magnate newyorkese John Staluppi si richiama alla saga dello 007 di Jan Fleming. «L’ho fatto perché i miei yacht hanno la stessa adrenalina delle pellicole dell’agente segreto di Sua Maestà britannica», dice il tycoon mentre, con l’allegria di un bambino, sul molo Morosini dello stabilimento livornese del gruppo Benetti, guarda questo “giocattolo straordinario”.

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È l’ultra-yacht che apre una nuova frontiera della tecnologia in questo campo: a cominciare dal comfort di navigazione con la riduzione del 40% del beccheggio grazie al fatto che per la prima volta al mondo una strumentazione utilizzata semmai su navi militari, come spiegano Giorgio Cassetta, designer di esterni, e Nicola Nicolai, project manager («ma lo sa quante volte sono andato negli Usa per riverificare un aspetto mentre Giorgio era pronto a preparare nella notte una soluzione alternativa?»). I tecnici fissano lo sguardo sulle due pinne stabilizzatrici «in configurazione canard» e su tre interceptor, “lame” di poppa che controllano l’assetto longitudinale. Non basta. Frank Mulder, titolare dello studio olandese che con lo “Spectre” è al nono progetto per i coniugi Staluppi, sottolinea che lo scafo di ultimissima generazione aggiunge sprint: questo yacht è del 30% più veloce di quelli tradizionali con quelli di potenza simile.

C’è anche un aspetto da non sottovalutare: è quello del lavoro. Lo “Spectre” ha voluto dire 750mila ore di lavoro, «qualche decina di migliaia delle quali per la progettazione». Con una significativa ricaduta su un arcipelago di piccole imprese: «250 fornitori, quasi tutti italiani e in gran parte toscani. Come la falegnameria di Bientina che ha realizzato i rivestimenti e i mobili in radica», dice Cassetta. Allo yacht hanno lavorato in 180 nello stabilimento di Porta a Mare più una galassia di piccole realtà della subfornitura. Così come la moglie Jeanette («è lei il mio boss»), JohnStaluppi, classe il 1947, è innamorato della Toscana. «Io ho fatto yacht con gli olandesi e con i tedeschi, ma è qui da voi – ripete con un sorrisone assai yankee – che ho trovato una qualità eccellente. C’è una straordinaria capacità produttiva, una grande maestria degli artigiani. Ma nessuno lo sa: bisogna farlo sapere al mondo. Io lo farò: sarò ambasciatore del made in Italy, la terra di mia madre napoletana e di mio padre messinese».

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In realtà, forse però qualcuno se n’è accorto. Lo conferma Domenico Gavagnin, la “matita” che ha disegnato gli interni: le maestranze italiane, soprattutto toscane, stanno dimostrando una qualità talmente eccezionale che anche i giganti del Nord Europa se ne stanno accorgendo («oltre alla qualità del lavoro hanno una marcia in più nell’estrema flessibilità»). Poi racconta che lo “Spectre” è un unicum: praticamente ogni cosa è un pezzo unico, i materiali da catalogo sono pochissimi. Di mezzo non c’è solo l’adrenalina nel segno della velocità, che è la passione di quest’uomo che a Brooklyn si è tirato su dal nulla, come da copione del perfetto self-made man del Sogno Americano: «Lavoravo come meccanico in una stazione di servizio, ho lavorato duro sette giorni su sette, mai in ferie così come ha fatto mio padre». E ora, non più ragazzino sedicenne che fa l’apprendista in officina, poi compra un distributore fino a creare una piccola catena locale, ha in cassaforte una fortuna di 400 milioni di dollari nata sul commercio di auto: Cadillac, Chevrolet, Nissan, Lexus, Toyota e via elencando.

«Ne facevamo 25mila all’anno, poi siamo cresciuti a 40mila, ora siamo a quota 60mila», gongola. «Non ho studiato ma ora di yacht ne so quanto un ingegnere». Anche perché, come dice lui, «ormai ne ho costruiti una ventina». In effetti, anche gli ingegneri e gli architetti di Benetti, così come il nuovo amministratore delegato Franco Fusignani coniugano il verbo “costruire” (lo yacht) sotto il segno di un “noi” in cui mettono pure il tycoon americano: insomma, non è solo il cliente del quale bisogna assecondare scelte e perfino capricci. «Siamo arrivati alla revisione numero 54», dicono Cassetta e Nicolai. Gli interni hanno un identikit che si rifà all’art deco anni venti. E se dall’altra parte dell’Antico sono gli anni di Al Capone e del proibizionismo, al di qua «in Francia c’è Ruhlmann, per intenderci», aggiunge Gavagnin. «Certo, non è un minimalista ma quest’ambientazione è sì ricca ma non ridondante o comunque eccessiva».


 

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