Il Tirreno

Livorno

«Migrante buttato in mare per evitare la multa», comandante a processo

Federico Lazzotti
«Migrante buttato in mare per evitare la multa», comandante a processo

Livorno, l’accusa nei confronti  di Andrea Caroti  è quella di caporalato. L’avvocato difensore «Confidiamo nel processo»

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LIVORNO.  Era l’alba del 5 dicembre dello scorso anno quando carabinieri e uomini della guardia costiera bussarono alla porta di Andrea Caroti, 48 anni, comandante e proprietario del peschereccio “Gionathan”.
L’accusa nei suoi confronti era quella di caporalato, in particolare per aver sfruttato almeno sette migranti facendoli lavorare senza alcuna tutela a bordo della sua imbarcazione e soprattutto di aver costretto uno di questi a gettarsi in mare, pur sapendo che non sapeva nuotare, per evitare un controllo da parte della capitaneria. Era l’8 agosto del 2016 e il migrante, un ragazzo senegalese, venne salvato davanti alla spiaggia del Calabrone da un bagnino. Ma non solo, perché il comandante – secondo gli investigatori – nei mesi successivi lo avrebbe minacciato. «Ti taglio le dita se scopro che hai fatto la spia».

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A distanza di quasi un anno dall’arresto, Caroti è stato rinviato a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare Marco Sacquegna. Il capo d’imputazione di cui dovrà rispondere, il processo è fissato ad aprile, è stato leggermente modificato rispetto alle accuse iniziali. In particolare il pubblico ministero ha sostituito la violenza privata con una norma del codice della navigazione, mentre ha confermato l’ipotesi della minaccia per indurre il migrante a commettere il reato di favoreggiamento e il caporalato. Spiega l’avvocato Ettore Puppo, difensore del comandante al termine dell’udienza: «Affronteremo sereni il processo, confidando nel buon esito della causa». Anche il migrante che ha rischiato la vita si è costituito parte civile nel procedimento attraverso l’avvocata Delia Del Carlo.

Nel fascicolo sono finite anche le dichiarazioni di diversi extracomunitari che hanno lavorato per il comandante. E quello che emerge sono paghe da fame e nessuna tutela. «Lavoravo sei giorni su sette, dal lunedì al sabato compreso, dalle 7 alle 12 percependo 15 euro, e dalle 7 alle 16 ne prendevo 20. Questo – va avanti – se il Caroti pescava a sufficienza, sennò la paga era 10 euro». Ma anche intercettazioni come quella del 4 giugno 2017 quando Caroti è al telefono con un suo collaboratore che gli spiega di aver incassato 50 euro. «Dai dieci euro a Kunta (uno degli stranieri che lavorava per lui ndr) dieci a te e poi domani quelle altre». Da alcune conversazioni emerge, inoltre, come il Caroti abbia esercitato nei confronti dei giovani extracomunitari minacce verbali circa una loro esclusione dal lavoro nel caso in cui non avessero obbedito agli ordini, minacce, spesso accompagnate da insulti.
 

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