Gioco
L’esilio in Eritrea «non fu persecuzione», tolta la pensione all’ebrea livornese
La mamma rimase senza lavoro, il nonno le obbligò a lasciare la Toscana dopo le leggi razziali: «Porta i bambini in salvo»
LIVORNO. «Mi ricordo le parole di mia madre. Ogni giorno le ripeteva: “Il nonno ci ha spinti a lasciare Livorno. Porta questi bambini in salvo. Prima che sia troppo tardi”». In salvo - ricorda oggi Emma Levi - è lontano dalle leggi razziali. La fuga, l’esilio forzoso in Eritrea, ad Asmara, però, per la sezione d’appello della Corte dei Conti non sono “atti persecutori”. Perciò lo Stato revoca a Emma Levi, l’assegno di benemerenza vitalizio, riconosciuto agli Ebrei vittime delle leggi razziali emanate in Italia nel 1938. E lo fa proprio mentre il governo taglia di 50 milioni il fondo per queste pensioni. «Solo perché sono diminuiti gli assistiti», replica Palazzo Chigi.
A Emma Levi, livornese trapiantata a Firenze, discendente della famiglia Castelli, titolare di storiche farmacie in città, la Corte dei Conti di Firenze aveva riconosciuto questo “risarcimento” poco meno di due anni fa, con una sentenza depositata a gennaio 2017. Una cifra piccola: l’assegno (reversibile ai familiari superstiti) è pari alla pensione minima dei lavoratori dipendenti, circa 480 al mese. Il ministero delle Finanze, però, questa pensione non la voleva pagare. Perché - dice - l’assegno di benemerenza «non viene erogato a tutti gli appartenenti alla minoranza ebraica soggetti alle leggi razziali». Insomma, non è previsto «un indennizzo all’intera comunità», ma un giudice può riconoscere il risarcimento solo di fronte a un danno o una violenza subita solo di fronte ad atti concreti.
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Emma Levi pensa (e pensava) di averli dimostrati i danni, anzi le violenze subite. «Mia madre affrontò da sola un viaggio infinito, da Livorno a Brindisi in treno, poi in nave, per ricongiungersi a mio padre ad Asmara. Partì con tre figli piccoli nel settembre del 1939, dietro insistente di mio nonno preoccupato per la nostra sorte. Io avevo due anni, mia sorella 20 giorni. Mio fratello, il più grande, 5 anni. In Africa, mia madre piangeva tutti i giorni. Per anni non ha avuto notizie certe della propria famiglia in Italia: non sapeva se il padre, la madre erano stati deportati. Andava ogni giorno alla vicaria italiana per leggere i libroni dove venivano annotate le notizie che arrivano da Livorno». Frasi spezzate: “Stiamo bene”. “Siamo sfollati”. “Non ci hanno presi”». Ma per lo Stato questa non è sofferenza. Né violenza.
Nel ricorso contro l’assegno insiste. Definisce «insussistente come fatto lesivo il profondo disagio della madre di Emma(Rita Castelli), angosciata e turbata dal pensiero e dalla preoccupazione per la sorte dei familiari rimasti in Italia». Non considera rilevante che Emma «era stata costretta a un esilio forzoso a causa della perdita del lavoro della madre per la revoca della licenza del titolare della farmacia dove lavorava perché ebreo».
Nel ricorso, in appello, Emma Levi scrive che «l’unica possibilità di salvezza per Rita i figli era stato l’esilio in Eritrea». Da dove, però, era venuta via dopo il matrimonio. Ma il ministero delle Finanze ribadisce che l’Eritrea era una colonia dell’impero italico nel 1939. E che quindi anche lì erano in vigore le leggi razziali. Per quanto, diventa dominio inglese fra il 1940 e il 1941, l’Eritrea «era vista come terra di fuga per gli Ebrei».
Nulla, però, convince la magistratura contabile, in appello. Neppure la constatazione che Emma sia stata «strappata alla terra di nascita e costretta a emigrare nonché a condurre una vita precaria e di stenti, con la privazione del conforto minimo in cui passare le prime e delicatissime fasi dell’infanzia». Anzi, per la sezione di Appello della Corte dei Conti la tenera età di Emma al momento della fuga è un elemento a discapito. Il fatto che fosse piccola non l’avrebbe resa capace di avvertire il disagio. Non si sarebbe accorta della persecuzione. Eppure, Emma a 82 anni, se la ricorda molto bene. Ancora non riesce a chiamare quella fuga, quell’esilio un trasferimento. Allo Stato, invece, riesce bene.
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