Gioco
Via Enriques, discarica autogestita c’è chi prende e chi lascia i rifiuti
È incredibile la situazione di degrado nell’area dove c’era la Trw. Si attende un intervento del Comune
LIVORNO. Una discarica a cielo aperto, per centinaia di metri, è una ferita sul volto della città. È un sintomo di degrado, un danno ambientale che genera un rischio per la salute pubblica. È un’infezione che va aggredita prima che prosperi e si diffonda, va presa in tempoE fa ancora più male quando deturpa quello che avrebbe dovuto essere il nuovo volto dell’industria livornese, e che invece è diventato il simbolo della disfatta del settore metalmeccanico. Ex Delphi, ex Trw, e prima ancora ex Spica.
Torniamo in via Enriques, dopo gli articoli del Tirreno sulla ex strada degli operai ora divenuta la via delle discariche, e confrontiamo le foto scattate a distanza di una manciata di ore.
Davanti allo scheletro della Trw e al cartello che ancora indica l’ingresso della ex Delphi, a quattro anni dalla drammatica trasferta degli operai a Roma, frigoriferi, divani, culle e passeggini spuntano tra i cespugli per metri e metri di erba incolta. I "pezzi migliori" sono andati via, qualche mobile messo non troppo male non c'è più, ma il grosso della spazzatura è ancora lì (ed è cresciuto a vista d’occhio), a cominciare dagli pneumatici ammucchiati in un angolo. I grossi sacchi neri sventrati per esaminarne il contenuto, che ora è in balìa del vento.
Segno che il luogo è conosciuto e frequentato, e non solo da coloro che gettano lì i rifiuti speciali o ingombranti invece di conferirli alle stazioni ecologiche. Nel totale abbandono, senza alcun controllo, si sta sviluppando una forma di autogestione del rifiuto, una specie indiretta di baratto povero: quando il bimbo cresce la cameretta non serve più e si butta lì, al margine della strada, dove in cambio si prende una libreria magari un po’ ammaccata. La spazzatura di un uomo è il tesoro di un altro. Un baratto impari, perché quel che si lascia è sempre più di quello che ci si porta via.
Di fronte a questa realtà non si può far finta di niente, non ci sono motivazioni istituzionali o altre scuse che tengano. Chi ha responsabilità istituzionali deve intervenire, con la pulizia prima di tutto. E, se non con la repressione, almeno con un deterrente, prima che qualcuno armato di un perverso spirito imprenditoriale si metta in testa di imbastire un commercio dei rifiuti. Si attende dunque che il Comune attivi l’Aamps.
I proprietari delle attività situate lungo la via, i piccoli nuovi arrivati dopo la diaspora dei giganti del metalmeccanico, esasperati, quando sono stati ascoltati dal Tirreno dicevano di voler prendere in mano la situazione e installare le telecamere per denunciare gli "scaricatori". A luglio ci aveva già provato un residente di via Tripoli (raccontavano a luglio gli abitanti della strada), ma con scarso successo. Un percorso non semplice, visto che per riprendere il suolo pubblico, in special modo per i privati, occorrono dei permessi speciali. Ma di nuovo, se l’Ente preposto a controllare non interviene, il cittadino si difende come può.
Si era diffusa, intanto, la voce che il Comune avrebbe installato delle fototrappole per identificare gli autori dell'illecito; amministrativo per i rifiuti di natura domestica (come stabilito dalla Cassazione Penale con una sentenza dell'ottobre 2014), penale se l’abbandono è riconducibile a un’attività di impresa o a un ente.
E in effetti, guardandosi intorno, all'inizio del tratto di via Enriques utilizzato come discarica si nota una scatoletta nera - ma non il cartello di "area videosorvegliata" - allacciata a un palo della luce con un'inclinazione che "guarda" proprio in direzione del marciapiede sommerso dai rifiuti. —
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