Gioco
Cari “cugini” pisani, il rogo non vi piegherà Le colline rinasceranno come da noi nel ’90
il ricordo I “bimbi motosi” che hanno spalato il fango dell’alluvione sono i nostri ragazzi e le nostre ragazze livornesi ma quanti volontari sono arrivati da Pisa a darci una mano in quei giorni...
il ricordo
I “bimbi motosi” che hanno spalato il fango dell’alluvione sono i nostri ragazzi e le nostre ragazze livornesi ma quanti volontari sono arrivati da Pisa a darci una mano in quei giorni dell’apocalisse. E adesso quanti dei nostri – da Livorno, da Collesalvetti, dal resto della provincia… – sono andati sulle colline di Pisa a prestare aiuto per salvare dal fuoco le cose e le case. La rivalità da campanile lasciamola là dov’è bene che stia: nel perimetro dell’Armando Picchi e dell’Arena Garibaldi.
Ma è proprio in nome di questa solidarietà incrociata vale la pena di mandare un messaggio da Livorno ai “cugini” pisani: così come hanno fatto i tifosi amaranto in occasione dell’ultima partita della squadra di mister Cristiano Lucarelli (“vicini al popolo pisano”).
Questi sono i giorni del dolore e dello sbigottimento quando si alzano gli occhi tutto quel color verde bosco trasformato in cenere, ma ce la farete: e non perché il tempo guarisce tutte le ferite ma semplicemente perché la straordinaria vitalità della natura è più forte dell’odio di qualunque piromane. Possiamo dirlo noi livornesi perché ci siamo passati: l’abbiamo imparato nell’agosto del 1990 quando un enorme rogo si mangiò 1.700 ettari di bosco alle spalle della città dalla Valle Benedetta alle scogliere del Romito fin quasi a toccare il mare.
Non è stato semplice. E niente è stato più come prima: a cominciare dalla sensazione di essere vulnerabili. Quella volta dal fuoco, in seguito lo sarà dall’acqua dell’alluvione.
Già, l’alluvione. Ne abbiamo conosciuto la capacità devastante nel settembre di un anno fa, ma in realtà l’avevamo vista all’opera anche nel ’90: poche settimane dopo l’incendio. Perché il terreno non aveva più difese e risultò facile vederlo ruscellare a valle: dopo la tragedia del fuoco arrivò quella del fango. E in piazza delle Carrozze, ai piedi di Montenero, un metro e mezzo di mota se lo ritrovarono già 27 anni prima di quella malanotte senza estate né autunno nel 2017.
Non sarà come prima, lo ripete anche Marco Dinetti, grande ornitologo livornese della Lipu e esperto di ecologia: «Il fuoco distrugge tutto sì ma non la parte delle radici che sta nel sottosuolo. La vegetazione ricrescerà ma il terreno si sarà impoverito e reso più fragile rispetto al dilavamento: anche se in forme meno mature, ma la macchia rinascerà».
Le rocce del Romito, senza più alberi se non monconi abbrustoliti, sono rimaste coperte a lungo dalle geo-reti e dalle griglie per evitare che le pietre ruzzolassero sulla statale Aurelia che corre lungo la costa, praticamente la stessa dai tempi del film-cult “Il sorpasso” di Vittorio Gassman e Jean Luc Trintignant.
Per anni abbiamo visto gli spigoli della nostra scogliera coperti dalle maglie color verde squillante delle protezioni: a vederla dal mare l’azzurro di baie e calette finiva per fare a pugni con quel color verdone pennarello che spuntava ovunque. Senza contare il paesaggio lunare che incrociava chiunque s’avventurasse nei boschi: una selva di monconi che sembrava volerci ricordare quel che era successo anche se ormai i turisti neanche se lo ricordavano più.
MAURO ZUCCHELLI
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google