Il Tirreno

Livorno

Nominati trecento supplenti tra sogni, rinunce e delusioni

Rosanna Harper
Nominati trecento supplenti tra sogni, rinunce e delusioni

Livorno, assegnate all’Iti le cattedre annuali per le scuole dell’infanzia e per le elementari «Vivere da precario significa incertezza e non poter fare progetti per il futuro»

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LIVORNO.  Trecento circa. Trecento sogni, speranze, attese, rinunce e sacrifici stampati sulle facce di chi tra ieri e l’altro ieri ha conquistato un agognato posto annuale alle scuole dell’infanzia oppure alle elementari. Sono tutti supplenti. Precari. Arrivano dalla provincia di Livorno, sì, ma anche da mezza Italia a caccia di un contratto a tempo determinato. All’Iti sono direttamente alcuni di questi supplenti a raccontare al Tirreno come è la loro vita da precari. «Il precariato mi fa vivere nell'incertezza, non mi permette di guardare al domani. Aspettiamo a gloria il concorso ordinario che dovrebbe esserci nel 2020: vincere il concorso significherebbe entrare di ruolo. Mi piacerebbe portare avanti il lavoro, rispettando una certa ciclicità», a parlare è Paola Pisano, 25 anni, di Livorno, laureata in Scienze della formazione primaria a Firenze. Lei, come il mare di colleghe, è nell’ aula magna di via Galilei, tra gli aspiranti insegnanti per le convocazioni per la stipula di contratti a tempo determinato per l'anno scolastico 2018/19. Nomine quanto mai attese, dopo un ritardo quantomai record, quest’ anno come più volte sottolineato dai sindacati.

«In passato ho lavorato in una scuola dell'infanzia a Livorno dove mi sono trovata molto bene». È laureata anche Claudia Degli Innocenti, 31 anni, di Livorno: «Ho lavorato in un comprensivo pubblico tra Marina di Pisa e Tirrenia: mi sono trovata molto bene"Essere precario significa rinunciare a tante cose: la possibilità di creare una famiglia ad esempio. Il precariato non ti permette di pensare al futuro. Spero di ottenere un incarico annuale a tempo determinato su Livorno o, comunque, in provincia che sia abbastanza vicino».

Roberta, 36 anni da Napoli si è trasferita a Livorno per lavoro. «A Napoli le graduatorie sono inaccessibili, perché sono piene: su consiglio di mia mamma, che è insegnante, feci domanda per lavorare a Livorno. In un primo momento, arrivata in Toscana, mi sono appoggiata dai miei cugini di Collesalvetti. La prima supplenza di 29 giorni a Livorno è arrivata nel 2015: la mattina mi hanno chiamata e il pomeriggio ero sul treno per Livorno. Ho fatto valigie e biglietti in due ore. A Napoli ho lasciato mio marito, quando sono stata convocata erano trascorsi appena 4 giorni dal viaggio di nozze». Roberta adesso vive a Livorno: con lei, adesso, c'è anche il marito. «Mi auguro di entrare di ruolo, magari nella scuola primaria, partecipando al concorso ordinario». Persona che vai, storie di trasferimenti repentini, di percorsi da completare, di ambizioni a cui non rinunciare che trovi.

Alba Bartolommei, 45 anni, della provincia di Livorno, ha ottenuto l'incarico. «Ho attenuto l'incarico annuale a Cecina, in una scuola dell'infanzia. Sono più di 10 anni che lavoro nella scuola dell'infanzia, da precaria, con titolo di vecchio tipo, diploma magistrale. A 45 anni mi sono rimessa a studiare: il posto di chi lavora da tanti anni come me è messo a rischio dall'immissione di insegnanti più giovani, neo laureati. Essere precari significa subire disagi che, talvolta, ledono la nostra dignità». Simona, 51 anni, invece, arriva dall'Isola d'Elba. «Sono precaria nel mondo della scuola da almeno 12 anni. Avevo una attività di tabaccheria, ma poi ho deciso di mettere in pratica i miei studi, tentando il percorso dell'insegnamento. Essere precario significa aspettare ogni giorno una chiamata».
 

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