Il Tirreno

Livorno

Ero nei carabinieri e mio fratello mi telefonò: «O torni o si chiude». E ora eccoci tutti qui

di Ilenia Reali
Ero nei carabinieri e mio fratello mi telefonò: «O torni o si chiude». E ora eccoci tutti qui

Il bere o l’affogare per il pastificio Martelli di Lari sta tutto in un aneddoto. Era la fine degli anni Sessanta e il confezionamento per la pasta  divenne obbligatorio

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Il bere o l’affogare per il pastificio Martelli di Lari sta tutto in un aneddoto. Era la fine degli anni Sessanta e il confezionamento per la pasta divenne obbligatorio, i Martelli si erano guardati negli occhi e avevano deciso che il colore di quello che oggi si chiama packaging sarebbe stato il giallo. Il colore del grano, del sole e della Toscana dove si incartava tutto con la carta gialla. Un po’più scura, certo ma gialla. Una scelta controcorrente, i pastifici in Italia utilizzavano fogli di carta blu per far essiccare spaghetti e rigatoni e quello era considerato il colore “ufficiale”, inoltre i prodotti industriali erano più accattivanti di quelli artigianali mentre i Martelli non avevano avuto dubbi, meglio scegliere un marchio realizzato con caratteri di foggia elementare per rimarcare che quel pastificio era piccolo, di qualità e controcorrente. Di nicchia.


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Dino Martelli, 72 anni, ancora oggi alla guida del pastificio di famiglia in cui lavorano in otto e che ha un giro di affari di un milione di euro si presentò al grafico con il bozzetto. “Macché Dino, questa confezione è tutta da rifare: così non funzionerà”, gli disse il professionista.

Signor Martelli, cosa accadde dopo il parere negativo del grafico?

«Me ne andai col nostro bozzetto e lo realizzai proprio come lo volevamo in famiglia. Puntare all’ora sull’artigianalità della nostra pasta è stato il segreto del nostro successo. In Italia c’erano 2. 600 pastifici e oggi ce ne sono 140, tantissimi chiusero proprio non riuscendo a superare l’obbligo di confezionare la pasta. Altri hanno cessato l’attività perché non sono diventati così grandi da far concorrenza alle multinazionali e non sono rimasti così piccoli da potersi gestire».

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Su uno scaffale la pasta Martelli è la prima che si nota. Una confezione che ha anticipato i tempi.

«È stata un po’adeguata negli anni ma colore, caratteri e messaggio sono invariati. Il marketing è sempre stata una mia passione. Facevo la scuola marescialli a Genova e la sera anziché uscire coi giovani colleghi facevo un corso di tecniche di vendita alla Camera di commercio. Era una materia che mi appassionava anche se all’epoca non lavoravo in azienda ed ero determinato a fare il carabiniere contro il parere dei miei. Siamo stati tra i primi anche a far visitare la nostra azienda ai turisti: sulla confezione c’è scritto che chi viene a Lari può entrare e vedere come produciamo la pasta».


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Quindi prima di diventare imprenditore è stato un carabiniere?

«L’azienda l’avevano rilevata mio padre e mio zio da un pastaio che non aveva figli. Io invece avevo scelto di fare il carabiniere e lasciai Lari. Credo nell’onestà, nella disciplina e nel senso della legalità che hanno permeato la mia vita. Mio fratello mi chiamò, ero in Alto Adige: “O torni o si chiude”. Sono tornato. Ma carabiniere mi sento dentro. L’azienda è la mia vita, mi è piaciuto portarla avanti insieme alla famiglia, mio fratello, i nipoti, i miei figli e mia moglie e non ho mai sentito il peso di lavorare».

Carabiniere ma anche presidente. La percezione è che lei sia anche il cuore di questa piccola comunità in cui ha guidato la Misericordia per 38 anni.

«Sono stato presidente di un sacco di cose. Della Misericordia, della Pro loco e perfino dell’Inter club che ho fondato insieme a un milanista. È assurdo lo so, ma era un amico, faceva il geometra, e mi creda era perfetto per quel progetto. Della Misericordia ho tenuto io il cellulare per anni con grande attenzione e responsabilità. Oggi sono il delegato provinciale dell’Associazione nazionale cavalieri al merito della Repubblica Italiana. Vivere l’associazionismo mi ricorda che non si vive solo per se stessi ma per la comunità in cui viviamo».

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Politica l’ha mai fatta? Cosa ne pensa della situazione dell’Italia oggi?

«Mi candidai alle primarie del Pd per fare il sindaco. Mi sono dimesso dopo un mese, mi fu detto chiaro che avrebbe comandato il segretario e figurarsi, io che sono abituato a gestirmi… Non fu una bella esperienza. Se dovessi votare oggi però sarei in forte difficoltà. Sono sempre stato un democristiano di sinistra ma la sensazione è che nel Pd adesso stiano cercando poltrone senza pensare a una ricostruzione vera».

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Qual è stato il momento più bello della sua vita professionale?

«Quando la domanda arrivò ad essere maggiore della produzione. Lì abbiamo deciso di non aumentare i volumi, non volevamo fare il passo più lungo della gamba: produciamo 3. 000 quintali in un anno. Barilla li produce in cinque ore. Vendiamo il 50% all’estero, niente alla grande distribuzione. Mi ricordo quando fui contattato da un cliente dalla Svizzera la prima volta. Quanti dubbi. Poi ci disse: “Paghiamo anticipatamente”. Non si immagina, ripresi a respirare. Una volta invece ci chiese di poter vendere la nostra pasta un distributore di benzina di Livorno, nel piccolo spaccio adiacente all’impianto. La fortuna… Passò un dirigente degli autogrill Fini. Volle la nostra pasta ed è lì che ci impararono a conoscere in tutta Italia». —


 

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