Gioco
«Per ora la comunità ha reagito ma temo il crollo del senso etico»
parla giusti«La città si è scoperta fragile: non pensava di poter esser colpita così duramente, e francamente non lo pensavo nemmeno io. Credevamo di aver problemi di crisi economica e di lavoro, non...
parla giusti
«La città si è scoperta fragile: non pensava di poter esser colpita così duramente, e francamente non lo pensavo nemmeno io. Credevamo di aver problemi di crisi economica e di lavoro, non di essere a rischio: è come se ci fossimo scoperti vulnerabili, indifesi”. Il vescovo Simone Giusti parte da qui per raccontare cos’ha visto negli occhi dei livornesi: soprattutto a distanza di giorni e di mesi, da quella notte assassina.
Ma Livorno ha saputo reagire come comunità?
«L’abbiamo visto ed è quel che ha evitato che rimanessimo groggy come un pugile suonato. Ma con qualche crepa che preoccupa, almeno a giudicare da quel che sta emergendo dal lavoro dei magistrati».
A cosa si riferisce?
«Se le accuse venissero provate in via definitiva, e insisto su questo “se”, sul fronte della protezione civile si sarebbe creata una crepa in questa solidarietà: un segnale di decadenza. Per il resto vedo che la ricostruzione ha marciato».
Si poteva fare di più?
«Guardiamo quel che è accaduto a Genova al ponte Morandi: salta agli occhi che c’è una burocrazia che blocca tutto».
Ma basta puntare il dito contro la “macchina” per dire che funziona male?
«Lo dico da tempo: crolla l’etica di tutti e di ciascuno, il senso del dovere».
Parla del rio Maggiore o del ponte genovese?
«L’uno racconta l’altro: c’è una cultura dell’individualismo e di un intimismo che ci rinchiude al calduccio dell’egoismo dei singoli o di gruppo. Non se ne guarisce moltiplicando leggi e castighi: si pensa a figure che con l’inganno stanino la corruzione, si invoca un poliziotto a ogni angolo».
Belle parole, ma lei uomo di fed cosa ha da poporre?
«Si va incontro a un fallimento se anziché su un sussulto di coscienza si punta solo sulla paura di punizioni: per noi è un valore la libertà o sogniamo uno stato di polizia che metta in riga tutti? Io dico che questo è lo spazio delle religioni: invece nel dibattito pubblico sembra quasi che la dimensione religiosa vada rinchiusa nel privatissimo del proprio “io”, quasi rimpiattata».
Rimpiange la cristianità dei tempi andati? Il parroco che sapeva tutto di tutti come il maresciallo dei carabinieri?
«Nient’affatto. Viviamo in un contesto laico e credo che vada valorizzato il pluralismo delle religioni. È un vantaggio per la coesione della comunità se ciascuno si sente motivato da valori profondi: è qui il contributo che possono dare le religioni al vivere collettivo».
Fin qui parla di speranze e auspici: idee concrete?
«Un patto fra le agenzie educative: parlo di centri sportivi, enti territoriali, istituzioni, scuole, parrocchie, le comunità delle altre fedi. Tornare a pensare al bene comune? Potrebbe aiutarci anche l’idea di un servizio civile che aiuti ciascun giovane a fare una esperienza di pochi mesi di volontariato: sarebbe formativo per sé, sarebbe una boccata d’ossigeno per tutti». —
M.Z.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google