Il Tirreno

Livorno

«Quella notte ha cambiato per sempre il nostro senso del pericolo, c’è una nuova consapevolezza dei guai della cementificazione» 

«L’app allerta meteo? Non la scarico davvero, non spetta a me sindaco avvertire i cittadini»

MAURO ZUCCHELLI

PARLA NOGARIN«Glielo dico con franchezza: la sua è una domanda inutile». Chissà se è proprio una bischerata chiedere se il sindaco adesso non rifarebbe qualcosa di quel che ha fatto la notte...

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PARLA NOGARIN

«Glielo dico con franchezza: la sua è una domanda inutile». Chissà se è proprio una bischerata chiedere se il sindaco adesso non rifarebbe qualcosa di quel che ha fatto la notte maledetta dell’alluvione. Ma è così che risponde Filippo Nogarin, 48 anni appena compiuti nel giorno di san Mosè, anche lui leader del “popolo eletto” ma tremila anni prima. «L’alluvione – dice – ha cambiato la percezione del senso del pericolo».

Ma noi livornesi, noi comunità, ce l’abbiamo fatta a elaborare questa ferita o siamo ancora lì inchiodati a quel giorno?

«Abbiamo avuto da correre con gli interventi per tornare alla normalità, con i lavori per la riduzione del rischio residuo, con la ricerca degli strumenti per far marciare la burocrazia dei rimborsi. Queste urgenze ci hanno portato via energie e attenzione: arriverà comunque il bisogno di fare davvero i conti nel profondo cos’è accaduto quella notte».

Cominciamo io e lei: da dove comincerebbe per raccontare quella notte?

«È stato un evento del tutto fuori da ogni possibilità di previsione: gli scienziati iniziano a parlare di un fenomeno con una intensità pari a un tempo di ritorno di 800 anni, non più 500. Capisce di cosa parliamo? I modelli matematici, qualsiasi “bussola” non serve più...».

Ma la città è un po’ meno indifesa ora?

«Sentiamo tutti di avere addosso una nuova idea di cos’è pericolo. L’alluvione ha avuto strascichi importanti in profondità nel Filippo uomo. E non solo su me: ha lasciato conseguenze su chiunque».

Anche dopo che il fango è stato ripulito: ne indichi una.

«Abbiamo visto tutti quale prezzo si paga alla cementificazione selvaggia. Non è questione solo livornese, ma mi sembra emersa questa consapevolezza di qualcosa che va al di là dell’episodio o della sin gola emergenza: è l’idea che cementificare rende tutti noi più vulnerabili».

E poi?

«Mi interessa che si capisca il bisogno di ciascuna comunità di difendersi dalle calamità: pensi al ponte Morandi a Genova, per dirne una. C’è una frammentazione delle responsabilità: è anche qui la chiave di quel che non va».

Faccia un esempio.

«Il meccanismo dell’allarme: perché la discrezionalità deve stare in mano a un sindaco che non ha gli strumenti? Ci sia un organismo di esperti e faccia scattare l’avviso alla popolazione ».

A proposito: ma poi lei l’app dell’allerta l’ha scaricata?

«Ma non ci penso nemmeno: non è un obbligo di legge. Nessuna polemica, ma mi chiedo se invece di un meccanismo che è un perfetto scaricabarile tale da lasciare uno col cerino in mano, si preveda un ingranaggio con responsabiltà tecniche chiare».

Ritorniamo a bomba: se riaccadesse...

«L’approccio sarebbe completamente differente: credo che la città avrebbe un altro tipo di reazione. Anzi, diciamo che ha già cominciato ad avere un altro tipo di prevenzione: chiamiamola una consapevolezza nuova».

In realtà, una straordinaria reazione i livornesi l’hanno avuta anche stavolta...

«È vero, e non lo dico io ma la Protezione civile nazionale. A Livorno siamo capaci di fare cose incredibili quando la smettiamo di prenderci a morsi fra noi: l’abbiamo visto anche nella modalità di gestire il flusso delle donazioni, è stato un esempio di compattezza e, se me lo consente, di democrazia».

Fare squadra è un mantra che si sente ripetere ad ogni latitudine, in ogni campo, di fronte a ogni problema: dagli spogliatoi degli under 16 alle grandi scelte di marketing territoriale sull’attrattività degli investimenti...

«È una questione di mentalità, per combinare qualcosa bisogna uscire dalla mentalità del tutti contro tutti: noi livornesi siamo quelli delle settemila squadre di pallacanestro. E rinunciamo al sogno di Basket City attorno a una bandiera unica pur di continuare a gufare i rivali di sempre rimanendo piccoli gli uni e gli altri».

MAURO ZUCCHELLI

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