Il Tirreno

Livorno

Marrucci e Simonini sono grandi amici: dopo il nubifragio aiutarono decine di famiglie a ripartire. Restando sempre insieme 

I due Yari, “bimbi motosi” dentro l’inferno «In quei giorni siamo diventati uomini»

Gianni Tacchi
I due Yari, “bimbi motosi” dentro l’inferno «In quei giorni siamo diventati uomini»

le foto simbolo / 2Gianni TacchiYari Marrucci ha la maglia piena di fango: è la prima che ha trovato nell’armadio prima di uscire di casa, la butterà via dopo qualche giorno, quando la scritta “Vans”...

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le foto simbolo / 2

Gianni Tacchi

Yari Marrucci ha la maglia piena di fango: è la prima che ha trovato nell’armadio prima di uscire di casa, la butterà via dopo qualche giorno, quando la scritta “Vans” sarà ormai mangiata dalla mota e dal dolore. Ha lo sguardo stanco e anche pieno d’orgoglio, «perché sì, in quei giorni abbiamo aiutato famiglie e quartieri a ritrovare un po’ di normalità». Accanto a lui, tra le strade di Collinaia, c’è l’amico di sempre, quello con cui è cresciuto e con cui condivide tutto: anche lui si chiama Yari, di cognome fa Simonini e nell’immagine più significativa dei “bimbi motosi” sembra ancora più stanco, «distrutto perché uscivamo sempre all’alba e si tornava a casa di sera, dopo aver spalato fango per strada». Eccoli, due dei “bimbi motosi”, ragazzi che dopo il nubifragio non ci hanno pensato due volte a scendere di casa, prendere il motorino e aiutare chi aveva bisogno. Facce rigate dal fango e dalla disperazione, occhi stanchi e allo stesso tempo fieri, cuori segnati dal dolore e dalle lacrime di chi aveva perso tutto. «In quei giorni siamo cresciuti, siamo diventati uomini», ricordano oggi.



Yari Marrucci, 19 anni, e Yari Simonini, 17, si conoscono da quando erano bambini: scuola insieme, tempo libero insieme, serate insieme. E tra qualche giorno, insieme, inizieranno la quinta al Nautico: stessa classe, indirizzo “macchinisti”. L’ennesima esperienza da condividere, con l’esame di maturità che di certo non può spaventare chi - soltanto un anno fa - era per strada a spalare, a liberare cantine, a raccogliere detriti e rifiuti. «A un anno di distanza - spiegano - ricordiamo ancora i ringraziamenti delle famiglie in difficoltà, ringraziamenti sinceri perché arrivavano davvero dal cuore. Ma in realtà non c’era bisogno di alcun “grazie”: quella era la cosa giusta da fare e quella stavamo facendo. Dare una mano, essere utile per qualcuno, sentire la stanchezza ma andare comunque avanti: sono tutti aspetti di un’esperienza che, considerando la nostra età, è stata fondamentale per capire il valore della vita. Da quel momento cerchiamo di vivere ogni giorno nel migliore dei modi».



Fu Marrucci, in quella tragica notte di un anno fa, a chiamare Simonini per informarsi delle sue condizioni: entrambi stavano bene, così decisero di andare ad aiutare chi aveva la casa piena di fango e rifiuti. «Il diluvio mi svegliò tra le 4 e le 5 - racconta il 19enne - io abito a Salviano, mi affacciai alla finestra e vidi quel fiume di fango. Così andai a svegliare tutti: in casa c’erano mia mamma, mia sorella, mia nonna e mio zio. Ricordo ancora che un amico mi mandò il video di un torrente appena esondato. Poi chiamai Yari (Simonini, ndr) e andai a prenderlo in scooter». E via nei quartieri più colpiti dal nubifragio, a partire proprio da Salviano e da Collinaia, passando anche - nei giorni successivi - dall’Ardenza e dalla zona della Puzzolente. «La fatica si faceva sentire, sì, ma non c’erano alternative - aggiunge Simonini - la città era in ginocchio e serviva l’aiuto di tutti, aiuto che sicuramente non è mancato. Ricordo bene le cantine svuotate dal fango, i muri che potevano crollare da un momento all’altro, la disperazione sui volti di tante famiglie». E noi ricorderemo per sempre i loro volti e il loro coraggio, “bimbi motosi” che l’inferno di fango ha cambiato per sempre. —



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