Gioco
«Nessun reato nella gestione di Aamps» Da Nogarin a Cosimi prosciolti in 17
Archiviata l’indagine sulla gestione dell’azienda dei rifiuti, cadono le ipotesi di bancarotta, falso in bilancio e abuso d’ufficio
LIVORNO
Era stata ribattezzata “Città pulita”, l’inchiesta per accertare le cause – ed eventuali responsabilità penali – nel dissesto finanziario di Aamps, l’azienda pubblica per la gestione dei rifiuti e di proprietà del Comune di Livorno arrivata ad avere debiti per oltre 40 milioni di euro e dall’8 marzo 2017 in regime di concordato preventivo in continuità.
A distanza di tre anni dall’apertura dell’indagine che ha fatto tremare le ultime due amministrazioni, quella targata Partito Democratico e l’attuale, guidata dai Cinque Stelle, è stata archiviata dal giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno dopo la richiesta della Procura presentata all’inizio dell’estate.
Diciassette le persone prosciolte che a partire dal 2015 erano finite sotto indagine per complessive undici ipotesi di reato: dalla bancarotta fraudolenta al falso in bilancio, fino all’abuso d’ufficio per l’assunzione di 33 precari, il siluramento di un Cda e l’incarico allo studio Lanzalone del concordato preventivo e alla malversazione ai danni dello Stato.
Tra loro erano comparsi nomi illustri, a cominciare dagli ultimi due sindaci, Filippo Nogarin e Alessandro Cosimi, ma anche gli assessori al bilancio delle rispettive giunte, Valter Nebbiai e Gianni Lemmetti, quest’ultimo dallo scorso anno a Roma alla corte della sindaca Virginia Raggi. E ancora, gli accertamenti hanno riguardato i manager che hanno gestito l’azienda a partire dal 2012 e i dipendenti pubblici legati agli uffici che si occupano di finanza e ambiente in Comune. I motivi di una decisione che arriva dopo un’indagine iniziata all’indomani della relazione del Ministero dell’economia che ravvisava «irregolarità nella gestione di Aamps», è contenuta nelle decine di pagine firmate dal pubblico ministero Massimo Mannucci. All’interno si ripercorrono le varie fasi dell’inchiesta e i motivi che hanno portato la Procura a chiedere l’archiviazione per tutti gli indagati.
La premessa è semplice: non è possibile fare un processo sulla gestione seppur non limpidissima di una società pubblica, ma è necessario contestare singole operazioni che al contrario non sono state considerate penalmente rilevanti. Insomma, in una società decotta, gestita per anni in modo approssimativo sia dai manager che dal socio di maggioranza, non sono state ravvisate responsabilità tali da poter affrontare un processo. Anche perché alcuni reati risultavano già prescritti, per il falso in bilancio è necessaria una querela che non c’era, mentre per quello che riguarda la bancarotta fraudolenta il fatto di aver approvato bilanci non veritieri «non ha significato aggravare i conti della società» ma solo nasconderli.
Scrive, invece, il pubblico ministero in uno dei passaggi chiave per spiegare, in punta di diritto, il perché non sussista il reato di bancarotta fraudolenta: «Il dolo presuppone una volontà protesa al dissesto, da intendersi non già quale intenzionalità di insolvenza, bensì quale consapevole rappresentazione della probabile della garanzia per i creditori». Inoltre aggiunge chi ha indagato, da questa situazione non è emerso che qualcuno si sia messo un euro in tasca attraverso la gestione di Aamps.
Detto che penalmente non sono state riscontrate responsabilità, non mancano nell’ambito dell’inchiesta le critiche per sulla gestione della società, soprattutto per ciò che riguarda il recupero dei crediti della tassa sui rifiuti, che di fatto negli anni hanno messo in ginocchio Aamps.
Tanto che il consulente della stessa Procura spiega come a partire dal novembre del 2014 la società era in stato di insolvenza – la giunta M5S aveva ereditato da pochi mesi questa situazione dall’amministrazione Pd – ossia non era tecnicamente in grado ad adempiere con regolarità alle proprie obbligazioni per mancanza di liquidità (il bilancio prevedeva una perdita superiore di ben 9,5 milioni). Dopodiché il socio unico (il Comune) avrebbe colpevolmente ritardato di ricapitalizzare la società, ovvero accedere a una procedura concorsuale come avvenuto solo tre anni più tardi, aggravando il dissesto. Che lo stesso consulente stima in 2, 5 milioni di euro. –
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