Il Tirreno

Livorno

la “stazione” sequestrata dalla capitaneria  

«Quella tensostruttura in porto, l’avevo detto che era un errore»

MAURO ZUCCHELLI

Il numero uno degli agenti marittimi ricorda che per contestare la scelta si è rifiutato di votare nella riunione della commissione consultiva

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LIVORNO

Non è stato un fulmine a ciel sereno il blitz con cui la Capitaneria di porto ha posto sotto sequestro una tensostruttura di 800 metri quadri alla radice della Darsena Toscana. Almeno non per il fronte del porto che fa capo ad Asamar, l’organizzazione di categoria che tutela gli agenti marittimi. Lo conferma il presidente Enrico Bonistalli, ricordando che la sua associazione ha fin dall’inizio mandato tanti segnali di disapprovazione nei riguardi dell’iter autorizzativo seguito dall’Authority per regolamentare l’utilizzo di questa banchina che sta accanto al terminal contenitori Tdt sulla sponda ovest della Darsena Toscana.

Per il nucleo operativo di polizia ambientale della Capitaneria quella tensostruttura non ha autorizzazioni e dunque non può star lì, come anticipato dal Tirreno nell’edizione di ieri: per l’Authority è soprattutto un problema burocratico che verrà «presto risolto».

Nel frattempo il caso è uscito dai confini locali: la notizia è stata ripresa da The MediTelegraph, uno fra i più autorevoli siti web specializzati nell’economia del mare.

«Avevo chiesto di approfondire, magari mediante un passaggio sotto gli occhi del tavolo di partenariato: mi è stato risposto picche», dice Bonistalli. «Sia chiaro, niente di specifico nei riguardi di Sdt, figuriamoci: quel che mi interessava dire e ripeto adesso è che quell’ingranaggio non stava in piedi».

Il numero uno degli agenti marittimi tiene a sottolineare di aver fatto emergere i propri dubbi rifiutandosi di partecipare al voto in commissione consultiva e chiedendo che, a scanso di equivoci, il proprio non-voto venisse motivato nero su bianco così che non vi fosse possibilità di scambiarlo con un banale forfait.

È da dire, lo ammette lo stesso presidente dell’Asamar, che il suo altolà è stato «l’unica voce contraria in quel consesso»: gli altri si sono espressi a favore.

Per Bonistalli bisogna andare indietro nel tempo: tutto quanto – ricorda riannodando i fili della memoria di imprenditore – nasce quando gli accosti 14E e 14F (pià, a quel tempo, anche il 14G) vennero destinati all’arrivo di “Strade blu”: «Si arrivò – afferma – a una ordinanza congiunta Capitaneria-Authority che ne vincolava l’utilizzo a quel genere di collegamenti specificando che si trattava di quelli con destinazione Sardegna, Sicilia e Spagna, più casomai Tunisi».

Ne è passata di acqua sotto i ponti e davanti alle banchine, l’esponente di Asamar ribadisce che poi si è arrivati ad assegnazioni temporanee che «avrebbe dovuto arrivare a quattro anni o perfino a dieci». Non è tutto: «Ricordo bene anche che dai tempi di Gallanti quella zona è stata formalmente dichiarata porto pubblico».

È da quest’ingarbuglio che, secondo Bonistalli, è maturata «una situazione che ha portato a quest’errore»: «Non voglio fare il caso di una singola realtà, è il sistema che è sbagliato e l’ammiraglio Tarzia non poteva far altro che mandare i suoi uomini a rilevare quel che era accaduto».

MAURO ZUCCHELLI

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