Il Tirreno

Livorno

Da una parte c’è chi dice “festeggiamo l’alluvione” dall’altra chi ha soccorso: ci indigniamo e ci dividiamo come per la nave sequestrata 

Una linea divide in due l’umanità abbiamo bisogno di un rammendo

Nicola ARTICO

INTERVENTONicola ARTICO«Festeggiamo l’alluvione» frase inquietante, tanto più se poi si leggono una serie di capi di imputazione. Se penso a quella mattina chiamato in Pronto Soccorso nell’attesa di...

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INTERVENTO

Nicola ARTICO

«Festeggiamo l’alluvione» frase inquietante, tanto più se poi si leggono una serie di capi di imputazione. Se penso a quella mattina chiamato in Pronto Soccorso nell’attesa di gestire una non ancora chiara emergenza anche psicologica.

Se penso alla famiglia che dovetti assistere nella disperata attesa di una giovane donna che non si trovava da molte ore, il cui giovane e ferito marito aveva perso la presa della mano della sposa nella piena. Se penso ai miei validi e generosi colleghi che richiamai in servizio, nonostante il loro orario e sistema organizzativo non lo prevedesse.

Se penso al mio collega che mi ha assistito il giorno dopo in un difficile lavoro di “presenza-assistenza” all’obitorio fino alle 22 di sera. Se penso ai tanti colleghi e volontari che in quei giorni e giorni a venire spesero a profusione tempo e dedizione.

Se penso a tutto questo sembra che ci sia una linea che divide l’umanità in due. Da una parte quelli che “festeggiamo l’alluvione” da una parte i colleghi della mia Unità Operativa di Psicologia (e non solo).

Eppure, anche mentre scrivo, devo immaginare che le cose non siano così semplici. Che anche gli altri abbiano figli, mogli, perdite e dolori. Forse la stessa riflessione la si potrebbe fare per quelli che hanno tenuto sequestrati su una nave (non certo da crociera) eritrei disperati da una parte, ed i medici e gli psicologi che li stanno assistendo dall’altra. Peraltro raccogliendo storie di torture e maltrattamenti terribili. E’ più facile ed istintivo interessarci a cosa ci divide ed indignarci, ognuno per la sua parte. Ma forse potrebbe essere più utile capire cosa, nonostante tutto, ci mantiene nella stessa condizione. La condizione umana.

Cosa ci appanna, cosa ci rende ciechi e persino – pare – cinici. E’ più faticoso ma necessario. Questo paese, per usare una bella metafora dell’architetto Renzo Piano, sembra necessitare di un lungo e laborioso lavoro di “rammendo”. Troppo avanti negli anni è stato spinto, anche ad arte, il sentimento del risentimento. E per quanto motivi per essere risentiti ce ne possano essere, non possiamo diventarne completamente prigionieri. Il risentimento gode di grande successo, perché sposta del tutto sempre fuori di noi, ogni causa del male. E rende noi splendidi, giusti, onesti.

Per questo rammendare, ricucire anche le relazioni sociali è un lavoro forse elettoralmente poco produttivo ma socialmente decisivo. C’è una Italia silente che lo fa tutti i giorni. Questa Italia non sembra avere molta voce, ma sarebbe utile che prima o poi qualcuno, questa voce, facesse in modo che possa essere udita. —



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