Il Tirreno

Livorno

Anche nei confronti del grande artista la città ha spesso dimostrato disinteresse 

Quel vezzo del “bada lì” e la nostra incapacità di valorizzare le risorse

GUIDO GUASTALLA * ; *editore e gallerista

INterventoGUIDO GUASTALLA *La lettura domenicale del Tirreno, mi ha suscitato alcune riflessioni apparentemente prive di collegamento. La prima riguarda la morte di Lindsay Kemp. Un genio del teatro:...

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INtervento

GUIDO GUASTALLA *

La lettura domenicale del Tirreno, mi ha suscitato alcune riflessioni apparentemente prive di collegamento. La prima riguarda la morte di Lindsay Kemp. Un genio del teatro: aveva scelto di vivere a Livorno, città che amava profondamente. Qui aveva lavorato ed aveva ottenuto successi epocali. Ma nel corso degli anni, ce ne eravamo quasi dimenticati. Quando a Livorno si parla di grandi concittadini o di illustri personaggi che decidono di stabilirsi nella nostra città, la fase che sentiamo è: “Deh, bada lì!”, quasi a voler togliere importanza e a riportare terra terra tutto quanto.

Io penso che siano tre le realtà che danno spessore e rafforzano l’identità di una comunità cittadina.

Le vestigia storiche materiali, frutto dell’operosità dell’uomo. Il ricordo della sua storia e dei suoi uomini illustri. E infine la valorizzazione di coloro che la abitano e che, dotati di capacità, competenze e cultura la possono aiutare a mantenere e sviluluppare una identità capace di stare al passo con i tempi e di competere con le altre città, regioni, paesi: il capitale umano, per sua natura immateriale. Nei confronti di Kemp, come di altri personaggi che hanno scelto la nostra città per vivervi la conclusione di una vita fatta di esperienze importanti e di successi spesso mondiali, la città ha spesso dimostrato disinteresse e incapacità ad utilizzare queste risorse preziose. È vero che nessuno è profeta in patria, come ammoniva il vecchio proverbio latino, ma Livorno spesso se ne è fatta un vanto, con il suo “Bada lì” gettato come un guanto guascone di sfida! Ma mi viene anche da pensare, leggendo l’editoriale del direttore, che quando la situazione si fa difficile è forse proprio il combinato disposto di vestigia materiali, identità storica e capitale umano disponibile, a poter fare la differenza, mettendo una città nelle condizioni di reagire e di progettare un futuro migliore e di sviluppo.

Livorno subì nel corso della sua storia un’altra crisi gravissima, all’epoca del blocco continentale inglese agli inizi dell’800 fino al Congresso di Vienna del 1815. I traffici commerciali subirono drastici tagli, la disoccupazione arrivò a livelli insostenibili, molti membri delle comunità straniere lasciarono la città. Naturalmente le cause erano diverse, così come i rimedi. Ma oggi a distanza di dieci anni dallo scoppio della crisi mondiale, le parti più deboli della società non vedono l’uscita dal tunnel e ritengono, a ragione, che le forze politiche che ci hanno governato, almeno dal 2011, fossero eterodirette e in mano ad interessi di austerità, che favorivano altri paesi. Si aggiunga l’insicurezza avvertita o reale per creare una miscela esplosiva. A compiere i miracoli è di norma la volontà inflessibile e ben orientata degli uomini. Che per il momento non è all’orizzonte. Cerchiamo di aver fiducia nel futuro! A Livorno si diceva: ”Che Dio ce la mandi buona e senza vento!”.



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