Il Tirreno

Livorno

Addio a Kemp, la star della danza che aveva scelto la “sua” Livorno

Maria Teresa Giannoni; ALTRO SERVIZIO A PAG. 19
Addio a Kemp, la star della danza che aveva scelto la “sua” Livorno

Si è spento a 80 anni uno dei grandi maestri del Novecento «Ho voluto metter qui le mie radici, non mi sento straniero»

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LIVORNO

A Livorno era arrivato da Todi, sede di un celebre festival per il quale aveva realizzato tante creazioni. Dalla quiete umbra al colorato disordine di una città di porto: un salto che ci sta tutto nella personalità di un uomo curioso e vivace come Lindsay Kemp. Livorno è stato il suo porto di approdo definitivo: qui ha lavorato prima alla Gran Guardia e poi al Goldoni dopo il restauro. Lo diceva con candore: «È una città accogliente e aperta. Qui non mi sento uno straniero come in Inghilterra. Non parliamo poi dell’Inghilterra di ora che ha votato in massa per l’uscita dall’Europa». Era lui stesso a spiegare com’era andata: «Sono venuto per la prima volta a Livorno con “Flowers” negli anni Settanta e mi sono immediatamente innamorato. Sono tornato altre volte e più venivo e più amavo questa città».



Aveva scelto per abitare a Livorno un anonimo palazzo moderno sugli Scali Saffi, ma una volta che varcavi la porta del suo appartamento venivi trasportato in un altro mondo. Lì dentro non c’era più niente di anonimo: aveva fatto rivestire le pareti di carta da parati fiorata, aveva messo lampade, tessuti preziosi, aveva esposto molti ricordi della sua vita di palcoscenico. Appeso a una parete anche un manifesto originale dei Ballets Russes a Parigi di un secolo fa: un pezzo di storia della danza, la stessa a cui apparteneva anche lui, Lindsay Kemp, un maestro assoluto nel campo dello spettacolo del Novecento.

Nell’appartamento sugli Scali Saffi arrivavano artisti a chiedere consigli, giornalisti stranieri che la fedele assistente di Kemp, Daniela Maccari, provvedeva a guidare fino all’indirizzo giusto. Il boom c’è stato recentemente in occasione della morte di David Bowie di cui Lindsay è stato il compagno e il maestro. Lui era particolarmente soddisfatto di mostrare a chi andava a trovarlo la vicinanza della sua casa con il Mercato Centrale di cui era un assiduo frequentatore. Ti capitava spessissimo di vederlo aggirarsi tra i banchi di Piazza Cavallotti a comprare frutta e verdura con addosso i suoi pantaloni colorati perché negli anni non aveva mai abbandonato il suo aspetto di delizioso signore eccentrico.

A lui, nato sull’Isola di Lewis nel nord dell’Inghilterra, l’aria di Livorno faceva bene: «Devo essere sempre vicino al mare perché la mia ispirazione viene dal mare, dal porto, dalla gente del mercato», mi ha detto in un’intervista. «Mi attirava sempre lo spirito di Livorno, la sua storia straordinaria. Tanti artisti hanno tratto la loro ispirazione da questa città, a cominciare da Amedeo Modigliani che aveva lo studio proprio qui vicino, sopra al mercato. A volte guardo lassù dove lui lavorava e mi commuovo».



Alla storia di Livorno aveva dedicato anche alcuni laboratori al Goldoni coinvolgendo studenti, attori e danzatori. Era il 2009 e dai laboratori uscirono fuori tre spettacoli che ebbero molto successo: “Cenerentola”, “Sospiri di Balera” e “I Sing Amore”. Kemp si rammaricava spesso che quei lavori non avessero avuto una vita lunga e sapeva essere anche critico nei confronti della sua città di adozione e del suo carattere sprecone: «Livorno ha avuto tantissimi teatri, – ricordava – un tempo doveva avere una vivacità culturale fuori dal comune. Anche qui, proprio dove ora c’è questo palazzo in cui abito, c’era il teatro Politeama. Pensavo che l’avessero distrutto le bombe dell’ultima guerra e invece ho saputo che è stato demolito per speculazione».

A Livorno negli anni aveva diretto allestimenti importanti come l’“Iris” nel ’98, “Il Flauto Magico” nel ’99, “Le maschere” nel 2002, “Sogno di una notte di mezza estate” nel 2004, ma più tardi aveva cominciato a non essere più chiamato dal teatro cittadino. Lui ci soffriva ma continuava a portare i suoi spettacoli altrove ricevendo ovunque accoglienze da rockstar. Fino a quando nel 2016 il nuovo direttore del Goldoni Marco Leone lo aveva voluto nell’allestimento di un nuovo “Flauto Magico”: scelta indovinata perché l’opera di Mozart era congeniale all’estro di Kemp che univa alla sapienza del grande maestro di teatro l’incanto di uno sguardo di bambino. Da allora il legame con la città si è rafforzato, anche se Lindsay andava in tournée con il suo spettacolo-testamento “Kemp Dance” e a condurre in giro per il mondo stage e laboratori.



Il rapporto con i livornesi comunque non aveva bisogno di nessuna opera di rinsaldamento: Kemp è stato adorato da sempre, da quando negli anni ’70 arrivò col suo spettacolo-scandalo “Flowers” in cui si proponeva al mondo con il suo stile innovativo in cui si confondevano i sessi e la realtà si trasformava in sogno. In tutti gli anni in cui è stato qui non c’è stato evento in città a cui partecipasse Kemp che non abbia fatto il tutto esaurito.

E’ stato così ad esempio anche alla mostra fotografica di Giovanna Talà a Villa Trossi Uberti due anni fa: lui compariva in alcuni scatti e non aveva voluto mancare all’esposizione della fotografa di cui era stato molto amico. E come non ricordare la mostra di suoi disegni ai Granai di Villa Mimbelli? La fila di gente all’inaugurazione invadeva via San Jacopo. Lui questo affetto lo sentiva: una volta mi disse: «Livorno ha preso il mio cuore e il mio spirito. Sono molto grato a Livorno per avermi dato un rifugio e tanto amore». —



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