Il Tirreno

Livorno

Il punto di vista

Il fascino ma anche l’invadenza della vita domestica appesa a un filo

Cristiana Grasso
Il fascino ma anche l’invadenza della vita domestica appesa a un filo

Panni stesi, arte urbana. Installazioni che svelano storie e intimità, vite alla finestra e talenti tutti femminili nel disporre su un filo questi brandelli di vita domestica, segreti denudati, felicità ostentata, solitudini intuibili

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LIVORNO.  Il primo approccio può essere romantico e letterario. E allora che meraviglia la sfilza blu di tute da lavoro, quando il lavoro c’era e per tutta la famiglia, le magliette dei bambini meticolosamente disposte in scala, da quelle più piccole a quelle dei più grandicelli, la biancheria intima e le canottiere spartane da uomo che si accostano sfacciate al reggiseno di pizzo un po’ logoro ma sempre ammiccante. E poi le lenzuola, che l’occhio poetico preferisce gonfiate dal vento, i l grembiulino dell’asilo, e quanti jeans che di quinquennio in quinquennio cambiano foggia, e quante camice con i colori e gli stili così diversi che ti ci incanti a guardarle. Panni stesi, arte urbana. Installazioni che svelano storie e intimità, vite alla finestra e talenti tutti femminili nel disporre su un filo questi brandelli di vita domestica, segreti denudati, felicità ostentata, solitudini intuibili. Sono quadri, sculture e racconti brevi i panni stesi. Lo sono sempre stati.

Ma se persino penzolanti collant color carne che svolazzano orgogliosi nello scirocco possono essere cibo prelibato per sguardi affamati di storie, sociologia e suggestioni, “i panni stesi” sono oggettivamente brutti da vedersi nell’ottica del rispetto del decoro urbano e a volte anche gocciolanti e fastidiosi per chi sta sotto, una specie di invasione del “privato” nell’universo collettivo del palazzo, del condominio, della strada e della piazza. Soprattutto nei quartieri popolari dove in mancanza di terrazzi e giardini la praticità sconfigge il pudore e le mutande, catene infinite di mutande, finiscono alla finestra. Ogni giorno, ad ogni ora, a parte quando piove.

Vietare di appendere abiti e biancheria da asciugare sulle facciate esterne dei palazzi è un provvedimento inevitabile e civile, una tutela dell’interesse comune rispetto a quello del singolo. E per interesse comune si intende quello del vicino di casa o del passante, ai quali non si può imporre uno stravolgimento arbitrario e dettato da esigenze individuali dell’estetica dell’ambiente condiviso.

Del resto la guerra alla stesa dei panni non è cosa nuova, sulla carta il divieto esiste da tempo e la maggior parte dei condomini già nei regolamenti interni sceglie di privarsi del colorato spettacolo in nome di un senso estetico e nell’interesse di tutti. Ora sembra che a Livorno, come in molte altre città d’Italia e del mondo, si voglia fare sul serio.

Non sarà facile fare accettare il divieto, eventuali multe faranno certo discutere, le vecchie abitudini saranno difese a spada tratta. Come tutte le abitudini, a Livorno con una passione speciale. Una battaglia in nome del nasino selvaggio si annuncia e lo slogan “i nostri panni bagnati portateveli a casa vostra” scalpita già nelle lavatrici. Dispiacerà un po’ anche ai sognatori perdere quei quadri di vita domestica, i colori e il disordine che fa allegria, si griderà all’omologazione dei centri urbani. Ma il progresso è fatto anche di questo: piccoli sacrifici del singolo per far valere il principio che la città è di tutti. —
 

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