Sicurezza
Modì secondo Pepi «Il centenario? Puntiamo su Fattori»
Il collezionista al talk show per il “compleanno” dell’artista «Serve un centro studi per questi due geniacci dell’arte»
LIVORNO. Non fatevi ingannare dalle sembianze: appare con il volto da mite gentiluomo ottantunenne ma basta un attimo e Carlo Pepi diventa un vulcano, un ciclone, uno tsunami: inutile dire che prende di mira Vittorio Sgarbi, avversario di sempre, ma tratta di tutt’un po’ perfino mostri sacri come Roberto Longhi. Lo fa sul palcoscenico dell’evento in forma di talk show che l’associazione Reset ha organizzato in Fortezza Vecchia, con la collaborazione dell’Authority e del Comune di Livorno. Obiettivo: evitare di far passare sotto silenzio il “compleanno” di Amedeo Modigliani.
Insieme a Pepi, a parlare di arte (al femminile) e di Modì erano presenti Valeria Cipolli (artista), Umberto Falchini (artista e storico dell’arte) e Corrado La Fauci (prof di storia dell’arte e consigliere comunale M5s), in un confronto moderato da Mauro Zucchelli, cronista del Tirreno.
C’è comunque un Pepi che ti aspetti: come quando usa l’arma dell’ironia per auspicare di trovare «un altro che dica le cose che dico io così almeno non sarò più solo al mondo ad aver ragione»; come quando mette nel mirino i casi di falsi scovati a questa o quella mostra; come quando racconta di sentirsi scomodo perché fa saltare i giochetti dei grandi affari ad opera di grandi collezionisti; come quando ricorda il clima culturale anni ’70-80 che ha respinto al mittente in modo sprezzante le sue proposte legate alla valorizzazione di Modigliani come figura-chiave del Novecento. A chi gli chiede se non si senta ingabbiato da questo personaggio da 007 fra i capolavori, risponde spiegando che non è lui a andare a caccia ma sono gli altri a mettergli i quadri sotto il naso per sapere se sono veri o no («anche martedì una sessantina, ma un po’tutti i giorni è così»).
Ma come ha fatto a smagare i falsi di Genova se solo molti mesi più tardi le analisi dei Ris dei carabinieri hanno stabilito che la pigmentazione apparteneva a un periodo successivo a Modì? Difficile dire se il collezionista di Crespina lo faccia solo per tener la parte, fatto sta che la sua meraviglia è quella di «accorgermi di non capire proprio come facciano gli altri a non accorgersene». E per riassumere dice che è questione di occhio, un po’ come dire che i gol di Maradona sono solo una questione di piede: non c’entra la balistica del tiro o la radiografia del malleolo, l’occhio «o ce l’hai o non ce l’hai».
Nel talk show però salta fuori anche un Pepi che non ti immagini: è quello che per celebrare Amedeo Modigliani in realtà canta un’ode a Giovanni Fattori. Macché contrapposizione fra i due, vade retro l’idea di immaginare Modì da celebrare perché rompe il cliché della figura macchiaiola. Al contrario, Pepi li pone in continuità e vede nell’uno e nell’altro i grandi padri che Livorno farebbe bene a riscoprire. Figurarsi che, al cronista che gli domanda come si potrebbe festeggiare il centenario della morte del genio livornese nel 2020, Pepi ribatte auspicando la nascita di un centro studi. Così poco? Macché poco, replica lui: dovrebbe rompere l’egemonia culturale che vede nell’impressionismo francese un grande movimento europeo e nei macchiaioli tipo Fattori un piccolo fenomeno quasi strapaesano. «Invece no: non si capisce Modì se non si passa da Fattori». E poi: «Non mi rassegno, Livorno ha in mano due giganti mondiali dell’arte moderna, ben più dirompenti degli impressionisti così magnificati. Deve farne un vanto, invece finora...».
Su una simile linea interpretativa si era mosso Falchini per disegnare l’identikit del “suo” Modigliani, dipinto dopo dipinto, con un excursus che ha messo in rilievo l’evoluzione della pittura modiglianesca in un susseguirsi di particolari che, al di là del celebre dettaglio del collo, ha fissato lo sguardo su occhi, capelli, colletti. —
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