Il Tirreno

Livorno

Maestri d’ascia e sguardo al futuro. Un cantiere con 60 anni di storia

Claudia Guarino
Maestri d’ascia e sguardo al futuro. Un cantiere con 60 anni di storia

La famiglia Lorenzoni ha una concessione di 7mila mq. Ripara barche e adesso punta a nuove assunzioni

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Nello sguardo si cela la fierezza di chi è riuscito a realizzare i suoi sogni, costruendo un porto sicuro per sé e per i suoi figli.

Attraverso i gesti traspare tutta la storia di un uomo, la quale prende forma nelle foto mostrate al Tirreno, nelle eliche riparate quotidianamente e nelle barche rifinite dai maestri d’ascia.

Luciano Lorenzoni ufficialmente è in pensione, ma il suo cuore è ancora sulle banchine e sulle darsene, accanto a quel mare che è stato il filo rosso di tutta la sua vita.

Adesso il Cantiere Lorenzoni è gestito dai figli di Luciano, Luigi e Leopoldo Lorenzoni, e si estende per circa settemila metri quadrati sulla darsena Calafati, all’interno del porto di Livorno. Ma non è sempre stato così.

«Già mio padre lavorava in questo campo - racconta Luciano Lorenzoni - Io invece negli anni 60 vendevo motori e ricambi. Poi ho realizzato un’officina meccanica per le riparazioni e, nel 1978, ho messo su uno scalo d’alaggio per i pescherecci in porto, occupandomi anche del carenaggio e degli allestimenti».

È in questo modo, passo dopo passo, che il Cantiere ha iniziato a prendere forma.

Una ventina di anni fa, poi, Lorenzoni cominciò a pensare più in grande. Decise cioè che avrebbe potuto riparare barche e pescherecci fino a trenta metri di lunghezza.

«Per questo negli anni 80 prendemmo in concessione un terreno sotto la torre del Marzocco», racconta Luciano Lorenzoni.

Oggi quell’appezzamento di terreno si è trasformato in una concessione demaniale di settemila metri quadrati.

Un perimetro, questo, nel quale vengono principalmente riparate imbarcazioni, grandi e piccole, di privati o di corpi pubblici, come ad esempio le barche dei Vigili del fuoco.

«Sarebbe tutto più facile se potessimo utilizzare la banchina che abbiamo in concessione insieme al resto del piazzale - dice Luigi Lorenzoni - Purtroppo deve essere sottoposta ad alcuni lavori di riqualificazione, ma oramai sono sette anni che devono essere ultimati e non è cambiato ancora niente».

La banchina finita garantirebbe al Cantiere l’accesso al mare e, con esso, la possibilità di issare le barche da riparare direttamente dall’acqua.

Adesso, invece, le imbarcazioni sono prima sollevate altrove e poi trainate in loco.

«Devo dire che di lavoro ne abbiamo molto - commenta Luigi Lorenzoni - Potremmo averne anche di più se finissero i lavori in banchina. Quando ciò accadrà assumeremo sicuramente anche altri dipendenti».

Attualmente al Cantiere Navale Lorenzoni lavorano circa venti persone.

C’è l’officina, dove, tra le altre cose vengono riparate eliche di grandi dimensioni.

C’è il cantiere vero e proprio sul porto, dove sono effettuate le riparazioni delle barche in metallo.

«Abbiamo anche un maestro d’ascia che effettua i lavori sui pescherecci in legno. La richiesta in tal senso c’è e ormai sono sempre meno coloro che possiedono professionalità come queste».

La volontà è dunque quella di guardare al futuro gettando un ponte con la tradizione artigianale del passato.

«Andiamo avanti un passo alla volta, mantenendo i piedi per terra - conclude Luigi Lorenzoni - Il mare è una risorsa fondamentale per la città. Potrebbe offrire anche di più se sfruttato a pieno». Livorno ha il suo oro dunque. Ed è blu. —




 

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