Il Tirreno

Livorno

Esplosione in casa, la sopravvissuta: «Il pavimento è crollato pensavamo di morire»

Gianni Tacchi
Esplosione in casa, la sopravvissuta: «Il pavimento è crollato pensavamo di morire»

Parla Margherita Roccanova, che abita con la figlia sopra alla casa distrutta: «Siamo vive per miracolo, quella donna voleva far saltare in aria il palazzo»

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LIVORNO. Gli occhi ancora rossi per il fumo e la polvere che hanno invaso il suo appartamento, che hanno cambiato la sua vita per sempre. Una t-shirt bianca addosso, l’unica che è riuscita a portar via da quel cumulo di macerie che fino a due giorni fa era la sua casa. Le lacrime che scendono ogni volta che racconta quei momenti, dal boato al pavimento crollato. Margherita Roccanova urla tutta la sua disperazione, quella di una donna «che non ha più niente», ma anche tutta la sua rabbia, perché «questa è una tragedia annunciata». Disperazione, rabbia e non solo, «perché nella sfortuna siamo state fortunate: potevamo morire».

Lei, originaria di Stigliano (Matera) e a Livorno da tredici anni, abitava con la figlia Francesca al primo piano del palazzo accanto all’ingresso dell’appartamento in cui - giovedì scorso, al civico 33 di via del Seminario - è scoppiato un terribile incendio: entrambe, in quel momento, erano in casa e oggi sono «vive per miracolo», mentre la proprietaria dell’immobile esploso è in fin di vita. «Ero appena tornata dal lavoro - racconta Roccanova, 57 anni, al Tirreno - mia figlia invece era già in casa e mi stava aspettando per il pranzo. Ho posato le buste della spesa sul tavolo di cucina, ma la bimba aveva fame e ha iniziato a mangiare: è in quel momento che abbiamo sentito l’esplosione. Il solaio si è alzato di un metro e mezzo, un incubo. La nostra fortuna è stata quella di essere in cucina, che si trova dalla parte di via Tonci e quindi non sopra alla stanza esplosa: se fossimo state in camera da letto, saremmo sprofondate giù».

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«SALVATE DA UN RAGAZZO CON LA SCALA». Mamma e figlia si sono ritrovate quindi in mezzo al fumo, alla polvere, alle macerie. I mobili a terra, il pavimento distrutto, la paura di morire. «Abbiamo iniziato a urlare - continua la 57enne - e dal lato di via Tonci, dove si affaccia la finestra della cucina, un ragazzo ha preso una scala, l’ha appoggiata sulla parete ed è venuto a salvarci. Siamo scese con lui, ha messo a rischio la sua vita per noi. Poi sono arrivati altri due giovani a darci una mano». Ed è qui che Roccanova si ferma, sempre tra le lacrime, per una riflessione. «Il ragazzo con la scala è albanese, se non ho capito male, gli altri due invece sono sicuramente africani. Ecco, in questo clima di odio e razzismo, voglio sottolineare un gesto del genere: io conosco solo una razza, quella umana».

«NESSUNO HA AIUTATO QUELLA DONNA». A distruggere l’appartamento di Margherita e della figlia 14enne, che adesso vivono da amici di famiglia dopo aver passato una notte in albergo «grazie all’amministrazione comunale», sarebbe stato un gesto volontario della proprietaria della casa esplosa, una cinquantenne di origini piemontesi. Una ricostruzione basata soprattutto sul ritrovamento, all’interno di quell’abitazione, di una tanica di benzina. «Quella donna aveva diversi problemi personali - dice Roccanova - e questo lo sapevano tutti, ma nessuno l’ha aiutata. Io e mia figlia abbiamo rischiato di morire per lei, ma non riesco proprio a odiarla, non ce la faccio: sono arrabbiata con la sua famiglia, con il suo medico, con le istituzioni, con chi non ha preso in mano il suo caso. Ultimamente si vedeva poco, anche perché quella casa non ha più l’abitabilità, ma ripeteva sempre che prima o poi avrebbe fatto saltare in aria tutto il palazzo. E ha provato davvero a farlo».

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