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Cancelliera assolta dopo cinque anni, era accusata di corruzione
Livorno, Paola Bartoli finita nei guai nell’ambito dell’inchiesta sulla “Banda degli Amici”. Gli avvocati: «Vicenda che ha macchiato la carriera della nostra cliente»
LIVORNO. La storia giudiziaria di Paola Bartoli, 61 anni, è finita a pochi passi da dove tutto è iniziato: nell’ufficio del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Livorno dove l’ex cancelliera ha lavorato fino al 2013, quando è stata trasferita a causa dei sospetti sulla sua professionalità: accusata di aver passato informazioni riservate in cambio di soldi. A distanza di cinque anni, la donna, ora in pensione, è stata assolta – in abbreviato – dall’accusa di corruzione in concorso nell’ambito della maxi indagine sulla presunta “Banda degli amici” che avrebbe imperversato in città tra il 2009 e il 2014.
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Secondo il giudice Antonio del Forno «il fatto – si legge nel dispositivo (le motivazioni saranno depositate tra due mesi) – non sussiste». Nonostante il pubblico ministero Massimo Mannucci, che ha ereditato l’indagine dal collega Luca Masini, avesse chiesto la condanna a due anni e mezzo di reclusione. Un risarcimento giudiziario e morale che, però, non cancella la sofferenza dell’imputata, come ricordano i suoi due legali, gli avvocati Anna Francini e Luciano Picchi. «Siamo veramente soddisfatti dell’assoluzione della signora Bartoli nel processo nel quale era accusata di corruzione in atti giudiziari per avere svelato informazioni coperte da segreto – spiegano – Finalmente si è chiusa una vicenda che macchiava la carriera della nostra cliente che per così tanti anni ha lavorato all’interno del tribunale di Livorno dove è stata benvoluta e apprezzata da tutti».
L’indagine – per dieci delle quaranta persone coinvolte inizialmente il processo non è ancora cominciato – ha preso il via tra il 2013 e il 2014 dalle dichiarazioni di un pentito, Omar Ricci, che nei suoi memoriali tirò in ballo anche la cancelliera. Non solo: fornì presunti riscontri e una sorta di tabellario che la donna avrebbe tenuto per vendere le informazioni che andava tra i 100 e i 200 euro ma poteva arrivare anche fino a mille.
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Come spiega l’informativa dei carabinieri datata 10 aprile 2014. «L’attività di intercettazione eseguita nei confronti della cancelliera – scrivevano gli investigatori – ha evidenziato alcuni contatti su cui sono in corso approfondimenti al fine di individuarne la natura. In particolare si sono registrati incontri ed informazioni su alcune pratiche fornite a qualche interlocutore. Dal discorso – scrivono ancora – da un lato spiega che la sentenza non è ancora stata depositata e dall’altra si informa su un possibile finanziamento». Accuse che la donna ha sempre negato dal primo interrogatorio al quale è stata sottoposta, fino all’ultima udienza prima della sentenza di ieri. «Non ho mai preso soldi». La giustizia le ha dato ragione.
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