Il Tirreno

Livorno

Cancelliera assolta dopo cinque anni, era accusata di corruzione

Federico Lazzotti
Cancelliera assolta dopo cinque anni, era accusata di corruzione

Livorno, Paola Bartoli finita nei guai nell’ambito dell’inchiesta sulla “Banda degli Amici”. Gli avvocati: «Vicenda che ha macchiato la carriera della nostra cliente»

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LIVORNO. La storia giudiziaria di Paola Bartoli, 61 anni, è finita a pochi passi da dove tutto è iniziato: nell’ufficio del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Livorno dove l’ex cancelliera ha lavorato fino al 2013, quando è stata trasferita a causa dei sospetti sulla sua professionalità: accusata di aver passato informazioni riservate in cambio di soldi. A distanza di cinque anni, la donna, ora in pensione, è stata assolta – in abbreviato – dall’accusa di corruzione in concorso nell’ambito della maxi indagine sulla presunta “Banda degli amici” che avrebbe imperversato in città tra il 2009 e il 2014.

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Secondo il giudice Antonio del Forno «il fatto – si legge nel dispositivo (le motivazioni saranno depositate tra due mesi) – non sussiste». Nonostante il pubblico ministero Massimo Mannucci, che ha ereditato l’indagine dal collega Luca Masini, avesse chiesto la condanna a due anni e mezzo di reclusione. Un risarcimento giudiziario e morale che, però, non cancella la sofferenza dell’imputata, come ricordano i suoi due legali, gli avvocati Anna Francini e Luciano Picchi. «Siamo veramente soddisfatti dell’assoluzione della signora Bartoli nel processo nel quale era accusata di corruzione in atti giudiziari per avere svelato informazioni coperte da segreto – spiegano – Finalmente si è chiusa una vicenda che macchiava la carriera della nostra cliente che per così tanti anni ha lavorato all’interno del tribunale di Livorno dove è stata benvoluta e apprezzata da tutti».

L’indagine – per dieci delle quaranta persone coinvolte inizialmente il processo non è ancora cominciato – ha preso il via tra il 2013 e il 2014 dalle dichiarazioni di un pentito, Omar Ricci, che nei suoi memoriali tirò in ballo anche la cancelliera. Non solo: fornì presunti riscontri e una sorta di tabellario che la donna avrebbe tenuto per vendere le informazioni che andava tra i 100 e i 200 euro ma poteva arrivare anche fino a mille.

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Come spiega l’informativa dei carabinieri datata 10 aprile 2014. «L’attività di intercettazione eseguita nei confronti della cancelliera – scrivevano gli investigatori – ha evidenziato alcuni contatti su cui sono in corso approfondimenti al fine di individuarne la natura. In particolare si sono registrati incontri ed informazioni su alcune pratiche fornite a qualche interlocutore. Dal discorso – scrivono ancora – da un lato spiega che la sentenza non è ancora stata depositata e dall’altra si informa su un possibile finanziamento». Accuse che la donna ha sempre negato dal primo interrogatorio al quale è stata sottoposta, fino all’ultima udienza prima della sentenza di ieri. «Non ho mai preso soldi». La giustizia le ha dato ragione.

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