Gioco
La crisi dell’Ovosodo commercianti uniti per salvare la cantina
In 70 verseranno 5 euro al mese coprendo metà dell’affitto L’assessore Morini: «Non posso immaginare che chiuda»
LIVORNO. Quest’Ovosodo è un po’ come la scena finale del film di Paolo Virzì. Non va né su né giù, resta lì a galleggiare, fra tristezza, melanconia e un futuro che nessuno può scrivere o prevedere.
Così dopo l’ultima cena di beneficenza durante la Coppa Barontini, organizzata dai commercianti di piazza XX, il 30 giugno per i bianco-gialli sarà forse anche l’ultimo Palio. Sotto i riflettori e nel mezzo di una profonda crisi economica la Cantina Benci Centro – affacciata sui Fossi, quasi all’ombra del Mercato Centrale -, che porta i colori del Vaticano perché verso la fine degli anni Venti, uno dei fondatori essendo un uomo di chiesa vicino agli ambienti papalini non ebbe dubbi quando si trattò di scegliere per dipingere barche e bandiere: un giallo e un bianco che appena venne mostrato agli altri partecipanti del Palio strappò subito una battuta: «Boia deh, sembrate un ovo sodo!». E da lì iniziò la storia remiera: appunto quella che sembra sul punto di terminare.
«Poco da fare – spiega intristito Sergio Marconi – siamo alla fine, all’epilogo, se entro il 30 di questo mese, cioè prima del Palio, non ci danno una mano si chiude, noi questa cantina a 500 euro al mese non ce la possiamo più permettere, 6mila euro all’anno non riusciamo a metterli assieme, anche perché poi abbiamo altre spese.
Le altre cantine hanno locali del Comune e se la cavano con meno di 200 euro all’anno. Ci aspettavamo anche un briciolo di solidarietà, da parte di tutti».
Spiega l’economo dell’Ovosodo, Marino Martinis, ottantenne, un triestino che vive nella nostra città da quando era poco più di un ragazzo e che da allora aiuta la cantina: «Guardi, ho appena pagato 598.86 euro per l’Enel, l’altro giorno 400 per l’acqua e ieri si è guastata la barca che seguiva i ragazzi in allenamento. Solo di gasolio e benzina ci servono mille euro all’anno».
Riprende Marconi: «I nostri vogatori non prendono una lira, siamo riusciti ad acquistare i body per miracolo e figurati che dopo la vittoria dell’ultimo Palio nel 2012 non riuscimmo neppure fare un regalo ai ragazzi come meritavano, loro invece mi donarono una targa con una frase che a ricordarla mi fa commuovere anche adesso».
Dieci Pali vinti (il primo nel 1984, l’ultimo nel 2012), sei trionfi nella Barontini e quattro nella Risiatori: tanta storia, una montagna di successi. Sergio Marconi, 75 anni, mostra al Tirreno la Cantina della quale è presidente dal 1963 Pirro Stefanini: «Quel che c’è è frutto del nostro lavoro e del nostro ingegno».
Mostra la bacheca, tutte le coppe e le locandine del Tirreno con i trionfi bianco-gialli. Mostra la sala pesi e le docce, poi la stanza con i remoergometri dove, intanto, si allena da solo Davide Merlino, 22 anni, perché è l’unico che lavora di sera e che fa il capovoga sul gozzo a dieci sul quale rema anche suo padre Roberto, 44 anni.
«Vivere questa situazione è angosciante», confida Sergio, con l’Ovosodo dal 1992, un buon passato calcistico da centravanti, poi dipendente della Compagnia Portuali, che qui ha visto gareggiare anche i suoi due figli, Andrea e Luca, quest’ultimo capace di vincere tre campionati italiani sulle gozzette a quattro.
«Dei seimila euro che a fine giugno dobbiamo alla padrona della cantina – aggiunge Marconi – ne abbiamo la metà e per fortuna siamo stati aiutati dal Centro Commerciale naturale di Piazza XX settembre e da tantissime persone che sono intervenute alla cena durante la Coppa Barontini. Un doveroso grazie lo dobbiamo anche a Il Tirreno che ha fatto da cassa di risonanza ai nostri problemi ed ha collaborato alla riuscita della cena. Però è già tutto deciso: venderemo i remoergometri, le attrezzature della palestra e una barca di nostra proprietà. Così finirà tutto, non ce la facciamo più a andare avanti. Il Comune tutto questo lo sa».
L’assessore Morini chiede l’incontro. Cresciuto nel rione dell’Ovosodo, l’assessore Andrea Morini – che ha dato un contributo alla Cantina la sera della cena – invita a temporeggiare: «Ci incontreremo nuovamente perché dobbiamo trovare una soluzione. Dopo il Palio convocherò nuovamente i responsabili dell’Ovosodo perché non posso immaginare che chiudano i battenti. Credo nella possibilità del confronto, senza però fare muro contro muro».
I commercianti si mobilitano. Ma Massimo Andorlini, portavoce del Centro Commerciale naturale di Piazza XX Settembre, porta una ventata di ottimismo: «Invito gli amici dell’Ovosodo a restare calmi. In queste ore penso di aver concluso un accordo con i commercianti della zona disposti a versare 5 euro al mese.
Sono circa 50-70 e forse metteremo assieme oltre 300 euro. Come dire che 3600 euro dei 6mila da versare annualmente alla padrona dell’immobile sarebbero assicurati».
Poi Andorlini anticipa: «In questi giorni consegneremo ufficialmente 2mila euro ai responsabili della Cantina Ovosodo, ciò che abbiamo raccolto dalla cena durante la Coppa Barontini, nella quale Il Tirreno è stato il nostro media partne. 500 euro del totale le tratterremo per organizzare un’altra cena di beneficenza per la Cantina venerdì 6 luglio in Piazza Venti. Durante la serata vorremmo festeggiare anche tutti i vogatori bianco-gialli».
Nel nome di Camici e Benifei.
Insomma, trapela uno spiraglio di luce.
Una luce che non può spegnersi sulla barca che a poppa porta il nome di Mario Camici, antifascista morto a Livorno il 22 marzo del 1933 a causa i maltrattamenti subiti nel carcere di Civitavecchia, grande amico di Garibaldo Benifei (il partigiano-simbolo scomparso recentemente a 103 anni) che fu l’organizzatore del funerale del compagno trasformato in rivolta contro il regime.
E da quel giorno l’Ovra (la polizia segreta fascista che operò tra 1930 e il 1943) non dette più tregua a Benifei. L’Ovosodo deve sopravvivere anche per il messaggio che porta.
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