Gioco
Altolà Cgil: le banchine non diventino il Far West
Il caso dei 5 addetti Alp licenziati: il sindacato Filt ha chiesto un faccia a faccia coi vertici aziendali. «Non sarebbe accettabile veder punire chi ha difeso i diritti»
LIVORNO. «Siamo molto preoccupati e non possiamo escludere una mobilitazione di tutto il porto». Suona la sirena d’allarme il sindacato Filt Cgil dopo il licenziamento di 5 lavoratori di Alp, fra i quali un dirigente responsabile del sindacato di base: ha chiesto e ottenuto per mercoledì dai vertici di Alp un faccia a faccia. Obiettivo: verificare se «tra le cause dei provvedimenti» vi siano azioni che deregolamentano il mercato del lavoro in porto.
Erano stati i rappresentanti sindacali extraconfederali e quelli di Potere al Popolo a sottolineare che alla radice del drastico provvedimento c’era il fatto che, in occasione delle operazioni di scarico di una nave, quel gruppo di lavoratori aveva chiesto il rispetto della normativa. Al contrario, secondo quanto dichiarato al Tirreno dai vertici di Alp questo gruppo ha «interferito con le operazioni di scarico di una nave fatta da altri operatori» compiendo un «atto di insubordinazione».
Ma la Filt Cgil sottolinea che «le funzioni operative e organizzative tra i vari soggetti operanti in porto sono ben perimetrate dalla norma vigente»: tra le imprese concessionarie (ex art. 18), le imprese autorizzate (ex art. 16) e il lavoro temporaneo (ex art. 17) – si afferma – «vi sono competenze distinte e, in alcuni casi, complementari: assume pertanto un valore fondamentale chiarire l'andamento dei fatti che hanno prodotto provvedimenti così gravi».
L’organizzazione Cgil guidata da Maria Luisa Lironi dice che «non sarebbe per noi accettabile scoprire che alcuni lavoratori nella difesa del proprio ambito di competenza operativa, definita per legge, possano dover subire un licenziamento». E aggiunge: «Sarebbe come accettare passivamente che nel porto di Livorno, si andasse in deroga alla legge recentemente riformata, a difesa della quale, invece, i lavoratori dei porti di tutto il Paese hanno dato una grande prova di coesione con lo sciopero nazionale dell’ 11 giugno».
Da parte della Filt si insiste a ribadire che il contratto collettivo nazionale di lavoro dei lavoratori dei porti «stabilisce diritti e doveri per i datori di lavoro e per i lavoratori», dunque «la sua applicazione minima è un obbligo normativo e esigiamo che venga rispettato». Bisogna respingere al mittente «la continua ricerca di spaccare il mondo del lavoro su presupposti infondati e deregolamentanti». Però il porto di Livorno «ha già registrato altri momenti nei quali, in vesti ufficiali, sono state espresse opinioni e interpretazioni della legge sul mercato del lavoro (come ad esempio gli appalti tra imprese autorizzate o l’autoproduzione) assai discutibili e che abbiamo fortemente contestato». È «una tendenza pericolosa che è necessario invertire», occorre – si puntualizza – sgombrare il campo «da suggestioni populiste che tentano di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri».
La Filt-Cgil e i lavoratori del porto di Livorno rivendica di aver «rappresentato nella storia dei porti italiani» un «caposaldo di idee, solidarietà e rispetto» e oggi sono consapevoli che «ne occorreranno dosi massicce contro una deriva geo-politica ed economica dai contorni indefiniti». Il sistema portuale del Mar Tirreno Settentrionale ha bisogno di ben altro, secondo la Cgil: «rafforzare le competenze delle imprese attraverso la qualificazione del lavoro e quindi i diritti dei lavoratori in termini anche di sicurezza, su questo siamo determinati a non lasciare indietro nessun lavoratore».
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