Il Tirreno

Livorno

«Torna, facci vincere»: la riscossa di Walter e l’appello ai delusi 5S

di Mario Neri
«Torna, facci vincere»: la riscossa di Walter e l’appello ai delusi 5S

Veltroni scuote i mille scesi in piazza per Serfogli a Pisa. E con Gentiloni liquida il renzismo: «Basta divisioni, giriamo pagina»

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PISA. Chissenefrega se il segretario Martina non è stato sul Ponte di Mezzo, se il cattivista Salvini è andato alla cena diventata tribuna politica. Che importa se in centro, in vicolo delle Donzelle, è appena andata in scena una nuova rissa fra pusher, a un passo da piazza delle Vettovaglie, sì proprio quella, ormai diventata una specie di topos narratologico della Pisa noir manco fosse la Magliana o la Ostia degli Spada. Che importa, insomma. Qui c’è Walter Veltroni che a un certo punto sembra Arthur Rimbaud, lirico che nemmeno Charles Baudelaire, e il popolo “rosso” si incendia: «Si dice tiri una brutta aria in giro, un’aria di odio. Ma l’aria che tira dipende dalla forza dei nostri polmoni, e se ci sono nuvole di spostare le nuvole», culmina il crescendo con cui il padre del Pd ha costruito il suo discorso di sostegno ad Andrea Serfogli, il candidato dem che i dem renziani non volevano e ora invece è diventato il totem da cui «ricominciare a sognare».

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No, era da tempo che non si sentiva un Veltroni così, non c’era nei romanzi, nelle sceneggiature, neppure nelle strigliate a Renzi e agli scissionisti al Nazareno. E infatti piazza Vittorio a un certo punto sembra davvero un battello, e i «mille» (qualche centinaio meno per la questura) ondeggiano e applaudono il Walter ritrovato, proprio lui, l’uomo della visione al Lingotto, con quello stile un po’ ebbro e onirico dei tempi che furono. Si scalda in questo comizio da poeta maledetto.

Tanto che alla fine manca che gli mettano un bambino in braccio per consacrare l’atmosfera messianica. «Walter, io sono una cardiopatica. Sono venuta per te, non immaginavo di riscoprirti così, ti prego torna», chiede una signora. C’è chi lo insegue per un selfie, chi per un abbraccio; lui quasi sembra stordito, quasi fugge col trolley bianco verso la stazione scortato da Francesco Gazzetti e Stefano Bruzzesi, ma tutti vogliono quello. «Torna, torna, torna». Glielo grida anche un militante a fine discorso, poco prima del passaggio di microfono a Paolo Gentiloni. E lui sgrana gli occhi, si smarrisce. «Non me ne sono mai andato», sussurra quasi arrossendo. Ma perfino l’ex premier è costretto a esortarlo: «Veltroni non è un’icona, spero che torni protagonista per aiutarci a vincere». E pensare che la giornata invece era iniziata a Pietrasanta un po’ loffia. Perché ha voglia l’ex premier a dire che no, non funziona più raccontare l’Italia «uscita dalla crisi, del Pil tornato a crescere», insomma non serve a nulla lo storytelling renziano del milione di posti di lavoro se poi quei posti sono «senza dignità, instabili e precari». Hai voglia a ricordare a Matteo Le Pen che - modestamente, senza suonare le trombe da stadio - il suo governo e Minniti «hanno ridotto il traffico degli esseri umani e le morti nel Mediterraneo dell’80%», che bisogna tornare a parlare «al nostro popolo». Difficile se poi il popolo s’è rifugiato sotto i palmizi davanti al pontile in bermuda, camicia di lino e mocassini, un popolo che neppure somiglia al candidato Ettore Neri, uno della vecchia ditta giaguara, il marmista ed ex sindaco nel Comune vicino con la fama del buon governo assoldato per provare ad espugnare il fortino del pupillo del Cav, Massimo Mallegni.

E pensare insomma che doveva essere la giornata della Toscana “gentilona”, il tour dell’ex premier nelle città che la Lega rischia di smacchiare, dalla Versilia a Massa, dalla città della Torre a quella del Palio, un rush finale per tenere a galla i dem e scongiurare che si azzeri una storia. Certo, a Marina di Massa Alessandro Volpi ha riunito 250 persone, Gentiloni è applaudito, incitato. Ma il palco pisano è diventato un riscatto walterone. Perfino Serfogli si galvanizza. E se per due volte grida contro il ministro Maroni confondendolo con Salvini («Scusate ma da un mese e mezzo dormo 4 ore a notte»), poi fa appello «alla Pisa democratica, che ha il dovere morale di difendere la città da chi specula con la menzogna e chiede censimenti etnici». Il leader della fondazione, di cui il Pd pretese l’esilio africano perché colpevole di aver perso con (solo) il 34% - dà la carica, sembra parlare da ri-fondatore: «Le divisioni, i litigi hanno pesato moltissimo. Anche nel Pd, giriamo pagina e torniamo alla sinistra moderna», tuona Veltroni, e la gente lo applaude. Liquidato il renzismo. Addio al verbo della Leopolda. «È bellissimo essere di sinistra, stare dalla parte dei più deboli». E così, al ministro sovranista «che fa un po’ troppi comizi e rischia di mettere il Paese nei guai minacciando i vicini», contrappone la «competenza» dei primi cittadini di centrosinistra che prendono «ago e filo» e «ricuciono la città, gli strappi sociali e culturali», quelli come Serfogli, «onesti». «E diciamola questa parola: onestà, onestà, onestà», ripete tre volte, sottraendo, soffiando e scippando il mantra grillino.

È chiaro, al Nazareno è suonato l’allarme. Pisa è la città più in bilico, data quasi per persa. Fra i dem sanno che Marco Carrai, braccio destro di Renzi, da giorni ha aperto un canale di dialogo con i leghisti sull’aeroporto dopo gli scazzi con Marco Filippeschi, il sindaco uscente che come ultimo atto ha provato a boicottare la cena con Salvini su Ponte di Mezzo invitandolo a tenere un vertice in prefettura. «Ci affonda, Pisa è quella messa peggio», si lascia scappare un dem romano. Per questo Gentiloni si appella al «mondo dell’Ulivo», Veltroni ai delusi migrati verso i 5 Stelle: «Chi dei nostri ha votato M5S soffre nel vedere politiche lontane dai suoi bisogni, mandiamo un messaggio di unità». Difende Saviano. «Un grande italiano. A chi dice sempre “è finita la pacchia”, dico che la pacchia deve finire per la mafia, la ndrangheta e la Camorra». Lo segue Gentiloni: «Se c’è chi è stato a casa per dispetto o per risentimento va capito, abbiamo fatto molti errori. Ma il 24 giugno non fate l’errore di stare a casa per dispetto, in ballo c’è il futuro della vostra città e delle vostre famiglie».
 

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