Il Tirreno

Livorno

Boom di frodi fiscali: da Doveri a Beltramini, la legalità a Livorno sembra un’impresa

di Federico Lazzotti
Da sinistra in altro in senso orario: Maurizio Bianchi, Emiliano Lonzi, Paolo Beltramini, Enzo Bargagna, Patrizio Tofani, Gianluca Vivaldi, Riccardo Luschi e Paolo Salemmo
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Da sinistra in altro in senso orario: Maurizio Bianchi, Emiliano Lonzi, Paolo Beltramini, Enzo Bargagna, Patrizio Tofani, Gianluca Vivaldi, Riccardo Luschi e Paolo Salemmo

Indagini su porto, edilizia, fino a partecipate e servizi. In sei anni è finita nei guai una generazione di imprenditori piccoli e grandi che hanno raggirato il Fisco facendo sparire milioni di euro 

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LIVORNO . È il 30 aprile di sei anni fa. Giuseppe “Beppe” Doveri è un imprenditore di successo, un simpatico guascone che non fa niente per passare inosservato. Ma è soprattutto il simbolo di una generazione fortunata: ha cavalcato il boom economico che ha baciato anche la provincia italiana tra gli anni Settanta e Ottanta ed è proprietario di un campeggio sulla costa degli Etruschi che vale milioni di euro. E con i ricavi della struttura ricettiva vive nel lusso: soldi, belle case – invidiata la sua villa liberty in via Montebello – auto potenti e buon cibo.

La finanza lo arresta di ritorno da un viaggio in Giordania. Gli investigatori gli stanno dietro da mesi perché i conti delle sue società, a cominciare dalla più importante, la Turmar, non tornano. Ecco perché ha il telefono sotto controllo. E così quando prima di lasciare l’Italia chiama il suo braccio destro e gli dice: «Vai al campeggio e svuota la cassaforte», annusando il pericolo, i militari si insospettiscono e lo fermano appena sceso dall’aereo atterrato poco prima a Fiumicino. È l’inizio della fine. E non solo per Doveri, poi condannato per diverse bancarotte fraudolente a una pena complessiva di 13 anni e tre mesi di reclusione. Ma per molti imprenditori livornesi: piccoli, grandi, famosi o sconosciuti, prima di finire nei guai con la Giustizia.

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LE INDAGINI. Nei sei anni successivi sono una dozzina quelli che vengono arrestati, indagati e infine condannati per reati economico-finanziari. A questi vanno aggiunti i sequestri preventivi per debiti con il Fisco, come l’ultimo che ha riguardano Carla Sardelli, imprenditrice nel settore della pasticceria. Per lo più si tratta di fatture false o raggiri attraverso la creazione di società fantasma. L’obiettivo? Intascare tutto il guadagno senza versare l’Iva o le tasse per poi lasciare morire quelle stesse imprese, magari facendo sparire anche i libri contabili.

Il risultato sono milioni e milioni di euro non versati all’Erario. E ad essere travolti, un pezzo alla volta, sono i settori più disperati della nostra imprenditoria: dalle società di trasporto, a quelle di servizio, fino al commercio, l’abbigliamento – vedi la condanna di Enzo Bargagna, il padre del marchio Hoasy, le imprese edili, su tutte la Cooperativa Edilizia Carducci di Riccardo Luschi e quella legata alla famiglia dell’ex presidente del Livorno calcio Paolo Salemmo per cui in corso l’udienza preliminare. Ma anche le società partecipate, come il Basket Livorno, dove l’ex presidente Patrizio Tofani è stato condannato a marzo per il crac della società di pallacanestro a due anni e otto mesi. Mentre sono ancora in attesa di giudizio altri undici imputati.

Insomma, è uno tsunami che nel momento in cui le acque si sono ritirate ha fatto scoprire qualcosa che assomiglia a un sistema ricorrente dove profitti e legalità sembrano due concetti sempre più difficili da tenere insieme. O forse si è talmente ridotto il margine del profitto che in tanti, appena si trovano in difficoltà, scelgono la strada dell’illegalità danneggiando in questo modo anche chi invece fa le cose per bene.

Racconta un investigatore che ha lavorato a diverse di queste indagini: «A mio avviso sono tre le caratteristiche che rendono Livorno una città dove spesso si sconfina dalla legalità all’illegalità. La prima riguarda la collocazione geografica, la zona portuale si presta a imprese mordi e fuggi che mirano solo al profitto; la seconda è nella natura del livornese che spesso è superficiale a fare le cose, anche quelle delicate. La terza è invece legata a una equazione semplice: gradi frodi equivalgono a grandi incassi e rispetto a furti o rapine sono più difficili da scoprire per le forze dell’ordine».

NOMI IMPORTANTI. Gli ultimi ad essere travolti – in questi casi siamo sempre nella fase delle indagini preliminari – sono stati Emiliano Lonzi e Paolo Beltramini, forse i più conosciuti, oltre i confini nostrani, tra gli imprenditori livornesi finiti nei guai. Il primo, padrone indiscusso del sistema che riguarda lo smaltimento rifiuti in città, è stato arrestato a dicembre (e poi rimesso in libertà) per una presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e alla truffa aggravata che gli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze hanno valutato in 26 milioni di euro, omettendo tra l’altro di versare 4, 3 milioni di euro di ecotasse alla Regione Toscana.

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Il secondo, invece, arrestato il 10 aprile scorso e rimesso in libertà il 14 giugno è accusato di essere il regista di una associazione finalizzata alla frode fiscale attraverso un complesso giro di fatture legate a società di autotrasporto capace in un paio di anni di creare falsi documenti contabili – sostiene l’accusa – per oltre 40 milioni di euro. Un’inchiesta, quella coordinata dal pubblico ministero Daniele Rosa che è figlia di un’altra indagine che si è chiusa alla fine di aprile con la condanna in abbreviato di sette imprenditori legati all’universo dei trasporti. Il nome che unisce le due indagini è quello di Paolo Tanozzi, 55 anni, titolare tra le altre della Stp Srlu, società di autotrasporto. Considerato «il fulcro del sistema criminale» è stato condannato a quattro anni, sei mesi e venti giorni di reclusione per aver fatto sparire oltre 1,8 milioni di euro a cui si aggiungono una lunga lista di reati fiscali.

«In questo caso sono state create società “cartiere” – spiega chi ha indagato – che emettevano fatture gonfiate per prestazioni di trasporto a favore delle imprese beneficiarie, consentendo a queste ultime – reali titolari dei mezzi di trasporto e dirette beneficiarie delle prestazioni rese dagli autisti, dalle medesime “di fatto” dipendenti – l’indebita deduzione dei relativi costi, la detrazione dell’Iva esposta in fattura e il mancato pagamento degli oneri contributivi e previdenziali connessi al personale».

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IL DOSSIER. Per dare l’idea della delicatezza del problema legato ai reati in materia tributaria, di falso in bilancio e bancarotta fraudolenta patrimoniale basta leggere l’ultima relazione firmata dal procuratore capo di Livorno Ettore Squillace Greco e inviata al procuratore generale della Corte d’appello di Firenze in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario. «In aumento – si legge – i reati in materia economica. In particolare le denunce per bancarotte fraudolente societarie che registrano un aumento del 16%». Ma sono i numeri a far sudare freddo: «Le distrazioni rilevate – aggiunge – sono di circa 38 milioni di euro con un incremento del 78% rispetto al periodo precedente. In aumento – va avanti – anche i reati di falso in bilancio e le conseguenti denunce a carico di società e persone fisiche con rivelazioni di dati mendaci per 1, 3 milioni di euro (sul punto la Finanza segnala un aumento del 376%)».

Per quello che riguarda «l’attività penale-tributario» gli investigatori hanno notato – si legge ancora nel dossier – «un aumento dei reati di particolare complessità e conseguentemente sono aumentati i sequestri anche per equivalente. Sul punto – rivela Squillace Greco – solo le fiamme gialle hanno eseguito sequestri di valori mobiliari e immobiliari per circa 14 milioni di euro con un aumento del 59%rispetto al periodo precedente». Buona parte di questi sequestri si sono già trasformati in confische e riguardano un’altra indagine simbolo della lotta alla frode fiscale che ha permesso di scoprire una associazione messa in piedi a partire dal 2009 dalla famiglia Vivaldi-Karamuca.

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In questo caso – il processo si è chiuso a metà aprile con undici condanne in abbreviato – attraverso la gestione del servizio di facchinaggio per la società di spedizioni Bartolini (estranea all’inchiesta della finanza e con sede a Lavoria), incassavano i soldi dell’appalto, pagavano i circa 200 dipendenti e contemporaneamente, di anno in anno, portavano la cooperativa di turno a morire facendola sparire dai radar della legalità per non versare così un fiume di denaro al Fisco. Con quei soldi vivevano nel lusso più sfrenato: tribuna vip al Camp Nou per una partita di Champions, cene stellate dallo chef Carlo Cracco. E ancora una villa a Montenero considerata la cassaforte di famiglia, gioielli, orologi, viaggi a Dubai o alle Maldive e soprattutto una serie di supercar da far invidia. Tutti beni che nel caso in cui la sentenza venisse confermata torneranno nelle mani dello Stato per coprire l’ennesimo caso di evasione.
 

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