Gioco
Gli 007 della Finanza scoprirono così il trucco cancella-tasse
Primavera 2017: l’incontro alla stazione, i colloqui ascoltati con le microspie in auto e le telefonate intercettate con i complici
LIVORNO. Anche agli 007 della Guardia di Finanza, per capire gli accenni misteriosi e le mezze frasi smozzicate del viceprefetto Giovanni Daveti e dei suoi complici, è servita qualcosa di simile alla “stele di Rosetta”, grazie alla quale i prof di archeologia erano riusciti a decifrare i geroglifici nelle piramidi egizie.
Nelle conversazioni intercettate al telefono, nell’auto o in altri ambienti, saltano fuori riferimenti criptici a «vecchie signore» che devono «arrivare dalla Grecia» oppure a «corone svedesi» che però «non lo so cosa sono», senza contare che spuntano anche «vecchie signore a Napoli” che tuttavia sono «tutte trappole».
Per quanto riguarda il meccanismo cancella-debiti con Equitalia al quale la rete di complici dell’alto funzionario statale vuol agganciarsi, le indagini coordinate dal procuratore capo Ettore Squillace Greco la “stele” la trovano alla metà del giugno scorso: di fronte a Daveti c’è Davide Alpi, 54 anni, romagnolo di Faenza, una sorta di “ufficiale di collegamento” fra i vari pezzi del gruppo. Prima una telefonata, poi il faccia a faccia fra i due nei pressi della stazione ferroviaria di Livorno, infine l’incontro nell’ufficio che nella zona del Picchianti ha un mediatore finanziario livornese che non risulta raggiunto da provvedimenti cautelari.
Qualcosa era intuibile anche già qualche settimana prima: ad esempio, in un susseguirsi di telefonate nel pomeriggio del 25 maggio dello scorso anno fra Daveti e la moglie. Ne abbiamo dato conto nell’edizione di ieri: la moglie è in ansia perché guardando on-line il “730” del marito relativo ai redditi 2017 vede un debito di oltre 83mila euro («io ce l’ho stampata qui»), lui la tranquillizza e un’ora più tardi salta fuori che invece deve avere qualcosa.
Peraltro, nella conversazione intercettata nell’Opel Mokka lo scorso anno agli inizi di maggio avevano fatto capolino un riferimento che deve aver fatto accendere negli investigatori la luce del sospetto che qualcosa non quadrava sul fronte di Equitalia: Daveti dice che “loro” hanno fatto figurare che lui ha fatto alcuni versamenti. Chissà chi sono questi “loro”, anche perché poche righe più in giù la stessa parola non designa più i complici bensì le “guardie” del fisco. Sta di fatto che i versamenti rappresentano quanto basta per ingarbugliare la situazione in modo tale “non sono neanche loro in grado di dire”. Insomma, nel colloquio Daveti sembra credere che gli uffici del fisco non “vedono più” la traccia di quel che è entrato a suo nome, basta evitare di portare la ricevuta del versamento per rendere complicato risalire all’effettiva correttezza delle cifre.
Un gioco che sembra talmente facile da prenderci gusto. E’ il complice Cappelli a domandare se anche lui, per far sparire d’incanto le tasse che ha da versare, può chiedere l’intervento dello “zio”, cioè di Giuseppe Belfiore, ‘ndraghetista della cosca di Gioiosa Ionica. Ma il viceprefetto gli spiega che non ha senso limitarsi a quel beneficio personale, meglio farne un affare. Come? Bisogna trovare clienti, «qualcuno che paga». Quanto? Se a colpi di compensazioni fraudolente si cancellano cento euro di tasse, il beneficiato deve versarne trenta all’organizzazione (22 vanno allo “zio”, otto agli intermediari come il gruppo che ruota attorno all’alto funzionario labronico).
«Talvolta – spiega una fonte investigativa – sembra quasi un dribbling da campo di calcio: il contribuente infedele punta semplicemente a saltare il “difensore” che arriva a contrastarlo come fa il fisco con la propria macchina di controlli. Un primo sbarramento è costituito da verifiche automatizzate, che qualcuno cerca di eludere magari anche solo per guadagnare tempo e spostare il problema un po’ più in là, quando arriverà il secondo “difensore”». Ad esempio, in uno dei casi finiti sotto i riflettori di quest’indagine una persona doveva evitare che il debito con il fisco appesantisse i conti e, in occasione dell’udienza davanti al giudice fallimentare, facesse emergere che quella ditta aveva il bilancio ormai ko: a questa persona interessava evitare il fallimento per non farsi “mangiare” la casa.
Qualche volta però il “mastrolindo” delle tasse funziona talvolta solo a metà: figurarsi la delusione quando fa cilecca proprio con i problemi fiscali come quando la moglie di Davide Alpi, il factotum che tiene insieme i vari pezzi del puzzle di questo gruppo. Lo “zio” non ce la fa a cancellare il debito con il fisco? Allora perlomeno inventi qualcosa per ritardare i pagamenti, faccia slittare la riscossione. Anzi, poi salta fuori che l’avvocato della coppia romagnola segnala ai suoi clienti che quel trucco è stato sgamato dall’Agenzia delle Entrate.
In effetti, il gruppo finito nel mirino della Guardia di Finanza era ben lontano dal potersi qualificare come un dottor Stranamore che con chissà quale “bomba fine di mondo” può cancellare i debiti fiscali di chiunque. Adesso i trucchetti dei froda-fisco si sono spostati dal fronte delle fatture false a quello delle indebite compensazioni, come confermato a margine della conferenza stampa dal tenente colonnello Gabriele Baron, comandante del nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Livorno: le fatture false ha bisogno di trovare una società “cartiera”, le furberie sulle compensazioni hanno bisogno di uno standard di complicità meno complicato ed è comunque un approccio ben diverso.
Basti pensare al fatto che nel febbraio scorso la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate avevano messo nero su bianco i numeri di una serie di blitz a caccia di magheggi illeciti: 186 milioni di euro di compensazioni indebite (più 155 milioni sul versante Iva), 135 persone denunciate all’autorità giudiziaria con una trentina di arresti e sequestri preventivi per oltre 200 milioni di euro scoprendo il coinvolgimento di 176 società accusate di operazioni fraudolente.
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