Gioco
D’improvviso il debito sparisce dal monitor
Le intercettazioni: la moglie del viceprefetto si dispera, ma poi...
LIVORNO . «Giovanni, se non si fa nulla a luglio non prendi lo stipendio». È agitata la moglie del viceré, parla a scatti, di telefonata in telefonata la sua voce accelera e poi rallenta, fiaccata dalla pena, dal magone, poi si risolleva, sospinta dalla voglia di capire, sapere, sperare. Perché lì, sul monitor, c’è lo spettro di una possibile rovina. È il 25 maggio 2018. I finanzieri stanno già intercettando Giovanni Daveti, il viceprefetto di Livorno e reggente dell’ufficio dell’Elba finito ieri alle Sughere con accuse pesantissime: associazione a delinquere e frode fiscale, arrestato per aver ordinato esplosivo con cui punire il presunto truffatore di un amico, per aver organizzato una rete di contrabbando e un sistema per cancellare cartelle Equitalia piene di tasse non pagate coprendole con falsi crediti Irpef e giochetti informatici, insomma per essere stato a capo di una banda insieme ad un uomo della ’ndrangheta, Giuseppe Ridolfi, affiliato della cosca di Gioiosa Ionica, che fu mandante dell’omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, ucciso sotto casa nel 1983. Ecco, di questo - o almeno dei giochetti informatici per frodare il fisco - gli inquirenti sono convinti fosse a conoscenza anche la moglie di Daveti nel momento in cui hanno intercettato la telefonata che state per ascoltare. Eppure quella aldilà della cornetta sembra una donna inconsapevole, spaventata da un’ombra apparsa all’improvviso.
LA RISATA DEL VICERÉ
Sono le 17.36 del 25 maggio 2017. Squilla il telefono di Daveti.
«Oh, Giovanni»
«Dimmi»
«Dé, senti io ho guardato la dichiarazione dei redditi e secondo loro c’è da dare 83 mila e 109 euro». E lui «A chi? Cosa c’ho da dare?». «È un dato automatico che non puoi cambiare. Quella lì, c’avevi d’avé 4 mila poi te l’hanno modificata loro» (Agenzia delle Entrate, ndr). «Cioè non prendo lo stipendio fino a quando non colmo? Vabbé dai...», dice lui e ride. «Ma ti è arrivata una raccomandata?», chiede lei. Lui rassicura: «Mi sembra assurdo». Ma lei no, si sfoga: «Ora bisogna sta tutta la settimana con questo groppone». Ma lui niente, una sfinge: «Vabbé dai, ora si vede un attimino». Passano minuti, ore, telefonate sempre più agitate, lei che lo implora di connettersi, lui che inciampa sulla password, fruga nella sezione sbagliata del sito. «Dé, non ti stressà», dice lui. «Io mi sto cacand... addosso, ma ti rivolgi alla gente giusta?!!». Dopo poco il viceré trova la sezione e sul monitor scompare il debito. Anzi, è comparso un credito Irpef da «1.147 euro». «Dé ora mi dà che sei a credito anche a me. Aspetta... eccedenza risultanti, e ora non c’è più oioi, di cui compensato». «E siamo a credito, dov’è il problema». «Ma mi dava che eri a debito. Non c’è più, non c’è più!». «E vabbè, ho capito». «Meno male l’ho stampata sennò pensavi fossi matta». Il viceré ride, ride di gusto: «E allora, dé, che ci posso fa... ahahah, hai detto che erano dati che non si potevano correggere no?». «Ho capito ma a me m’hanno fatto cacà in mano Giovanni, ma ce l’ho stampato qui, ce l’ho stampato, ce l’ho stampato..». E alla fine la moglie piange.
LA FRODE DEGLI F24
È da qui che gli inquirenti aprono il primo dei quattro filoni di indagine, la frode fiscale degli F24. Quello per cui Daveti da vittima diventa carnefice. È lui il primo a chiedere aiuto al boss: ha accumulato 115 mila euro di cartelle Equitalia, ma grazie all’amico calabrese e a un commercialista complice a Torino, Vincenzo Greco, ex funzionario dell’Agenzia delle Entrate poi licenziato, riesce ad azzerarli. Il sistema funziona così: fraziona l’importo in somme più piccole e le “copre” con F24 pagati 1 euro via home banking in modo da eludere i controlli automatizzati. Il metodo da lì diventa un automatismo, e il viceré comincia a procacciarsi clienti. Daveti lo chiarisce ai finanzieri in ascolto dalle cimici sulla sua Mokka il 2 maggio 2017. Con lui c’è un socio, Gian Carlo Cappelli, che vuole capire il meccanismo per “ripulire” i debiti con Equitalia. Daveti spiega che ci sono «loro», che «parlano solo con lo zio», sono gli uomini di un commercialista amico di Belfiore che per le operazioni con gli F24 «vogliono il 22, vorrebbero il 30, ma nel 30 c’è anche...». «La parte nostra», capisce Cappelli. «Sì, la parte nostra dé». E allora Gian Carlo fiuta l’affare: «C’è un commercialista m’ha detto: Gian Carlo sai quante ditte c’ho io che se gli lèvo l’Equitalia si salvano sennò buonanotte».
I DEPOSITI LIVORNESI
Poi c’è il contrabbando, le accise con lo sconto con cui guadagnare sui carichi di sigarette e alcolici da far passare (o almeno, la banda prova a far passare almeno le bolle) dai depositi livornesi. E allora Daveti si attiva con Belfiore, Davide Alpi, Gian Carlo Cappelli, e Marco Riccomini, un mediatore con i magazzini, l’unico indagato. Il “boss” deve spedire un bilico da con 90 mila euro di alcolici in arrivo dalla Spagna verso il Congo, ma fingere di destinarlo in Italia consente di pagare accise tre volte inferiori. La banda ci prova anche con due depositi livornesi diversi. «Digli che queste qua gli danno 5 mila, solo per chiuderla per adesso», dice Belfiore al telefono con Alpi che dovrà riferire a Daveti e a sua volta ai mediatori. Le trattative in entrambi i casi vanno avanti, fino ad arrivare alla falsificazione dei documenti fiscali telematici, ma poi in entrambi i casi naufragano. Gli imprenditori fiutano il rischio e forse si impauriscono. E alla fine rifiutano il carico.
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