Gioco
Pardini guidava il sindacato ma non pagava gli stipendi ai giocatori
Livorno, la fuga di mezza squadra dalla Libertas: spettanze indietro di mesi e chi si lamentava era fuori rosa
LIVORNO. Il figlio, la figlia, la prima nuora e poi la seconda. Ma anche i giocatori: prima Francesco Forti, poi Giacomo Dell’Agnello, infine Andrea Armillei. Più che parentopoli, la Cisl era diventata Pardinopoli: perché al Caf venivano assunti non solo i familiari ma anche chi ruotava in qualche modo nel mondo di Giovanni Pardini, i cui confini spaziavano da via Goldoni, sede del sindacato, a via Gamerra, sede legale della Libertas.
La commistione sindacato-basket alla Cisl nazionale non è mai piaciuta: tante segnalazioni sono arrivate a Roma in questi anni rispetto a intrecci non sempre chiarissimi tra la gestione delle due passioni/attività del segretario/presidente. E non è un caso che lo stesso Pardini abbia sempre voluto rimarcare sui giornali che lui con la Libertas non c’entrava niente, negando l’evidenza, visto che oltre ad essere presidente onorario ne è sempre stato proprietario insieme alla famiglia, e soprattutto dominus, seppur come amministratore unico figurasse la convivente del figlio, Anca Goleanu.
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D’altra parte sarebbe stato interessante sapere cosa la numero uno della Cisl Annamaria Furlan pensasse di un suo segretario generale che - nelle vesti di padrone di una società sportiva - non pagava i propri “dipendenti”. E se questi osavano chiedere le proprie spettanze li metteva (o accettava che il figlio allenatore li mettesse) fuori rosa per motivi disciplinari: è accaduto a Gianluca Giorgi che quando annunciò di voler esercitare la clausola per rescindere il contratto - secondo cui dopo 30 giorni di ritardo negli stipendi il giocatore poteva svincolarsi - venne punito e spedito in tribuna (a suo carico fu imputata anche la registrazione dell’annuncio delle dimissioni di Pardini Jr in spogliatoio). Anche Andrea Giampaoli e Luca Bolletta se ne andarono perché sul loro conto corrente non arrivano i soldi pattuiti da contratto. E la lista di chi ha abbandonato la barca sembra un elenco del telefono: Tempestini, Ciampaglia, Mastrangelo, Dell’Agnello, Benini, Lasagni, chi scappato, chi mandato via, tutti in rotta, fotografia chiara di “lavoratori sportivi” non soddisfatti...
Da agosto 2017 ad aprile 2018 la maggior parte dei giocatori della Libertas avevano riscosso solo 4 mensilità (tutte in ritardo) rispetto alle 8 spettanti. E diversi hanno aperto lodi e fatto vertenze e ingiunzioni (alcune già vinte) verso la società dei Pardini. Un paradosso per una società gestita da una famiglia di sindacalisti...
La Cisl ad ogni modo ha sempre creduto alla versione del suo segretario livornese che a Roma aveva appoggi importanti nell’amico Maurizio Petriccioli, segretario nazionale della Funzione Pubblica: «Nessun legame con la Libertas», ripeteva Pardini. E così la Furlan e la sua segreteria non hanno mai potuto scoprire non solo le assunzioni dei figli e delle nuore al Caf, ma neanche come funzionava l’intreccio tra Libertas e Cisl, che aveva trasformato la Libertas in una specie di gruppo sportivo della Cisl, come le Fiamme Oro lo sono della Polizia...
Le assunzioni al Caf venivano decise da Giovanni Pardini e dal figlio Gabriele, l’allenatore (e comproprietario) della Libertas, che nel Caf era anche nel consiglio di amministrazione oltre che capo del personale. Pardini Jr poteva elargire assunzioni o negarle: lo fece con la ex moglie, quando non fu confermata. Lo fece con alcuni suoi ex giocatori con cui aveva rotto (tanto per cambiare), vantandosene anche su Facebook: «Elemosinano un lavoro». Per i tre assunti (tutti durante i loro contratti in gialloblù) invece i patti (più o meno taciti) nello spogliatoio erano noti in questi termini: guadagni un po’ meno dalla Libertas, ma ti do un lavoro e uno stipendio alla Cisl, con possibilità di non presentarti in caso di allenamento...
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