Gioco
Giocavo con il tamburello, poi ecco le “fortezze volanti”
Quel giorno di 75 anni fa mi è rimasto talmente impresso nel mio cervello allora bambino che se chiudo gli occhi mi rivedo in piazza dei Mille, sento che arrivano le “fortezze volanti” e la gente che...
Quel giorno di 75 anni fa mi è rimasto talmente impresso nel mio cervello allora bambino che se chiudo gli occhi mi rivedo in piazza dei Mille, sento che arrivano le “fortezze volanti” e la gente che dice che tanto non c’è pericolo perché se ne andranno a Genova.
Me ne stavo lì a giocare con il tamburello. Mio padre aveva un bar sull’angolo di via de Larderel.
Eravamo così abituati a sentire le sirene anti-aeree che gli davamo una importanza relativa. Quel giorno invece scaricarono sulle nostre teste centinaia di bombe. Lo capimmo all’improvviso. E fu un fuggi fuggi: lasciammo il bar aperto, scappammo tutti nel sotterraneo di quello che ora è il palazzo degli uffici giudiziari. Cominciò a girare una voce: attenti, ci sarà una seconda ondata.
Stare in un rifugio serviva a mettersi al riparo dalle schegge delle bombe, ma non era raro che buttassero giù interi edifici. Noi abitavamo al numero 8: anche la nostra zona era stata presa di mira dai bombardieri ma nel nostro palazzo era venuto giù solo il lucernario.
Livorno è stata bersagliata da una infinità di bombardamenti: ma agli inizi erano sul porto e sulla raffineria, si capiva insomma che gli obiettivi delle “fortezze volanti” erano le aree strategiche dell’industria o dei trasporti, poi però la mira si spostò sulla città. Me la ricordo l’immagine di via Grande praticamente distrutta.
In seguito, le aree centrali sarebbero state dichiarate vietate come “zona nera” ma quel bombardamento spinse molti livornesi a fuggire verso Ardenza, Montenero o ancora più in là. I miei nonni abitavano nella zona di Ardenza: anche la mia famiglia decise di lasciare la nostra casa. Noi sfollati dal centro dovevamo convivere con due paure: da un lato, sentivamo il rischio di veder la nostra abitazione depredata dagli sciacalli che comunque s’infilavano nella zona nera; dall’altro, dovevamo fare i conti con la coabitazione forzata in condizioni di sovraffollamento. Non solo: molti dovevano imparare ad arrangiarsi in una situazione molto difficile. Compresa la mia famiglia, che poteva contare sul reddito del bar di mio padre.
Bruno Pisani
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