Gioco
Livorno, piccola America multietnica ma non unita
Per riscoprire la nostra tradizione serve ribadire il concetto di “integrazione” «Lavorare sul rispetto delle diversità perché non generi muri e ghetti invisibili»
Nella intestazione del Polo Tecnologico Livornese, di cui oggi si terrà la presentazione, il Comune ha voluto riproporre il motto livornese “Diversis gentibus, una” (“Da diverse genti, una”), che ritroviamo già impreso sulla prima moneta livornese, l’”Unghero”, il tallero d’oro fatto coniare dal Granduca Ferdinando II nel 1655 e successivamente impreso sulla Livornina, altra moneta livornese, nella prima metà del Settecento.
Si tratta di una scelta importante. In un’intervista nella bella trasmissione della Rai “Fuori Roma” di Concita De Gregorio, dedicata a Livorno, lo scorso anno, richiamando questo motto della città, avevo ricordato che pochi anni dopo, il motto adottato dagli Stati Uniti, impegnati nella guerra d’Indipendenza, lo riecheggiava puntualmente. Il motto americano recita infatti “E pluribus, unum” (“Da molti, uno”).
E’ Pierre Eugene du Simitiere, francese nato a Genova nel 1737, scrittore e letterato emigrato negli Stati Uniti, dove visse tutta la vita, ad essere indicato dalle fonti americane come il suggeritore del motto, che affascinò Thomas Jefferson e che alludeva alla unità tra le tredici colonie, nucleo fondatore degli Sati Uniti. Il motto venne adottato nel 1776, impresso sulla Costituzione americana e tutt’oggi campeggia nelle immagini ufficiali degli Stati Uniti, in una striscia sorretta dall’aquila bicefala che è il simbolo degli States. Du Simitiere frequentò la famiglia di Thomas Jefferson e fu insegnante di sua figlia Martha. Amico di Jefferson, negli stessi anni, fu anche il toscano Filippo Mazzei, nato a Poggio a Caiano nel 1730. Mazzei, imprenditore, viaggiatore, naturalista, medico, letterato e scrittore, visse per due anni a Livorno (e vi fece ritorno più volte in seguito), in un’epoca in cui la città era crocevia delle idee illuministiche e Mazzei viveva gli anni formativi della sua giovinezza con l’entusiasmo e la curiosità che contraddistinse tutta la sua avventurosa esistenza. Tra Livorno (nel Settecento chiamata “la piccola America”), Genova, gli Stati Uniti (che proprio a Livorno aprirono il loro primo consolato in Italia), grazie a figure intraprendenti e brillanti come Mazzei e du Simitiere, si stabilì un circuito di grande importanza storica, all’interno del quale il modello della città senza barriere e discriminazioni che era Livorno, certamente ebbe una ampia circolazione.
Ricordarlo è anche oggi molto importante, per rinverdire l’orgoglio livornese per la sua identità originale e moderna, ma anche per un paio di altri buoni motivi, legati all’attualità.
Il primo è ricordare l’importanza che la dimensione internazionale ha avuto nell’epoca d’oro (il Settecento) della nostra città. Una città dove si è fatto oggi strada un certo provincialismo. Ne è prova, tra le altre, la dismissione, non recente, ma nel decennio trascorso, di quasi tutte le esperienze internazionali avviate in precedenza, come il Lem (Centro studi per l’Europa Mediterranea) o l’Associazione Arco Latino (con sede a Barcellona, di cui la Provincia di Livorno era stata fondatrice con altri territori italiani, francesi e spagnoli). Non è sufficiente declamare tra noi l’identità mediterranea e internazionale di Livorno se, con continuità e impegno, non si costruiscono, o se addirittura si dismettono, istituzioni e strutture che ne possano proiettare all’esterno il valore e determinare così importanti ricadute economiche e culturali sulla nostra città (al di là del folklore e dell’autocelebrazione).
Il secondo è che ripensare a questi due motti settecenteschi, così simili, il livornese “Diversis gentibus una” e l’americano “E pluribus unum”, dovrebbe aprire una seria riflessione. Credo infatti che la retorica che si è affermata prevalentemente da noi, quella di una città costruita sul principio multietnico e libertario delle Leggi Livornine, sia certamente vera, ma sbilanciata. Sbilanciata, intendo, sulla prima parte del motto, che parla della diversità. Ma non si deve dimenticare la parte finale, che richiama l’unità: “Da diverse genti, una” (il motto livornese), “Da molti (popoli o stati), uno” (nel motto statunitense). E’ infatti vero, per esempio, che il “popolo” livornese è derivato da una fusione etnica e culturale (che ha affascinato scrittori, registi e fotografi). Quale che sia l’origine delle rispettive famiglie o degli antenati, chi è livornese, si sente, infatti, ed è solo livornese. Così almeno fino ad oggi. Lo stesso per gli Stati Uniti, dove diverse ondate migratorie, europee, asiatiche e africane, non senza drammatici momenti di conflitto e manifestazioni di razzismo, hanno saputo fondersi in quello che è stato definito “il crogiuolo” americano. Così almeno fino ad oggi. Ma guardando alle inedite sfide delle più recenti ondate migratorie, su questa prospettiva non c’è certezza. E’ quindi importante ribadire il valore di quella che si definisce “integrazione”. La moda del multiculturalismo ha alimentato, anche a Livorno, una tendenza diciamo così un po’ superficiale, a considerare il valore del rispetto delle culture, delle religioni e delle tradizioni, come l’inizio e la fine del discorso. Non è così. Non basta qualche cena a base di pietanze etniche, qualche manifestazione musicale, un centralino dell’Asl che parla in tredici lingue, per proseguire sulla strada della tradizione livornese di incontro e di fusione di culture. Occorre lavorare, istituzioni e società, affinché il rispetto delle diversità non generi muri e ghetti invisibili e soddisfi solo la nostra superficiale vanità di città accogliente e libertaria, senza assomigliare però veramente al progetto di grande modernità da cui la nostra città è nata.
* presidente della Provincia di Livorno dal 1994 al 2004
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