Gioco
Contrae l’epatite C facendo la dialisi
Il tribunale condanna l’ospedale di Pisa a risarcire il marito e i due figli di una donna livornese deceduta nel 2006
LIVORNO. L’apparecchiatura non era sterilizzata bene e la paziente livornese curata per una patologia grave alla fine si beccò anche l’epatite C. Di sicuro c’è solo la malattia contagiosa. Che l’infezione sia stata contratta a Pisa o Vimercate, dove la donna fu ricoverata per un breve periodo, al Tribunale interessa fino a un certo punto. I due ospedali devono risarcire il marito e i figli. Un conto di 110mila euro diviso a metà tra le due aziende condannate.
I tempi della giustizia civile sono arrivati alla sentenza di primo grado per un caso iniziato, almeno nella fase dei ricoveri, nel dicembre 2002.
La donna, deceduta nell’aprile 2006, per oltre tre anni ha dovuto convivere con disagi e privazioni imposti dall’epatite C contratta in ospedale. Su questo la consulenza del Tribunale non ha dubbi.
Trasfusioni e dialisi per curare una grave patologia. Ricoveri a Pisa, soprattutto, ma anche nell’ospedale di Vimercate dal 4 all’11 febbraio 2003. E poi per un mese nel reparto di Immunologia dell’Aoup fino a metà marzo. Una condizione di estrema precarietà clinica con passaggi anche in rianimazione prima di procedere alle dimissioni della paziente che, tornata a casa, si sottopone all’ennesimo esame all’Asl di Livorno, dove abita, e scopre di avere l’epatite C.
È il 18 marzo 2003. Alla decisione di fare causa all’ospedale gli eredi arrivano nel settembre 2008. Messa insieme la documentazione tra esami e cartelle cliniche viene chiesto il risarcimento dei danni. Un percorso a ostacoli in cui le consulenze mediche si rivelano decisive come spesso accade nei contenziosi sanitari.
Il consulente nominato dal giudice è chiaro nella sua esposizione sul caso attribuendo responsabilità precise. L’Aoup sosteneva che «le sacche di sangue trasfuse alla paziente in ospedale erano tutte appartenenti a donatori con esami nella norma all'atto di donazione e che hanno eseguito successive donazioni sempre con esito negativo per marcatori virali. Il ricovero presso l'ospedale di Vimercate avvenne in tempi talmente ravvicinati rispetto a quello pisano che la positività del 18 marzo 2003 è pertanto pienamente compatibile con una possibile infezione presso il nosocomio milanese oppure, addirittura, con un'infezione in ambito extra ospedaliera». Tesi respinta dal Tribunale.
Il professor Mario Gabbrielli scrive nella sua perizia: «L'infezione da epatite C fu conseguenza del trattamento emodialitico subìto, per non completa sterilizzazione delle apparecchiature per la dialisi, e da questo deriva la responsabilità per l'infezione. La dialisi fu effettuata presso i centri di Pisa e Vimercate ed entrambe le strutture erano pertanto idonee a dare la malattia. Non può esservi il minimo dubbio, quindi, sul fatto che l’infezione di che trattasi sia stata contratta in ambito ospedaliero e a causa del trattamento sanitario praticatole e non in ambito extraospedaliero come sostenuto dalla difesa Aoup». Non è stato possibile accertare se l’infezione sia da attribuire a Pisa o Vimercate. E i due ospedali non sono stati in grado di portare prove utili a “scagionarsi”. Di qui la condanna a pagare ciascuno la metà dei 110mila euro riconosciuti agli eredi della paziente contagiata durante la dialisi per le apparecchiature non sterilizzate.
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