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Le Ferrovie chiudono l’officina a Livorno. Cgil: a rischio cento posti di lavoro

di Giulio Corsi
Le Ferrovie chiudono l’officina a Livorno. Cgil: a rischio cento posti di lavoro

In ballo le riparazioni dei treni merci: è previsto che le attività vengano trasferite a Milano. «Un controsenso investire sul traffico via rotaia in porto e togliere da qui l’impianto per i cargo»

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LIVORNO. Mentre il porto punta tutto sullo sviluppo della rete ferroviaria e sui collegamenti via rotaia con l’Europa, le Ferrovie dello Stato decidono di chiudere le officine manutenzioni che hanno sede a Livorno dedicate proprio ai treni merci.

Il piano presentato da Mercitalia - società nata nel 2017 da una costola di Trenitalia per gestire tutto il settore cargo - prevede il trasferimento a Milano delle attività che oggi vengono effettuate nei capannoni di via Provinciale Pisana.

«Ci sono 100 posti di lavoro a rischio tra diretti e indotto», denuncia Maria Luisa Lironi, segretario della Filt Cgil.

Soprattutto però c’è un controsenso clamoroso che la numero uno della Filt evidenzia con forza: «In una fase di sviluppo del trasporto merci su ferrovia, da e per il porto, con investimenti di Regione e Autorità portuale, ci sembra gravissimo pensare di chiudere le officine di Livorno che si occupano proprio di treni merci».

Oggi i capannoni di via Provinciale Pisana sono una delle tre officine in Italia dove si riparano e si fanno revisioni e manutenzioni programmate ai convogli: una linea è dedicata ai carri, un’altra alle locomotive diesel che effettuano le manovre di movimentazione e composizione dei treni in partenza dal porto.

«Avere un impianto di manutenzione collegato direttamente alle stazioni di Livorno Calambrone e Livorno Darsena ci permette di sopperire a tutti i guasti in maniera immediata e di far funzionare quel trasporto su ferro su cui sono previsti importanti investimenti di Regione e Rfi per lo sviluppo della nuova Darsena Europa, per la penetrazione dei binari sulle banchine, per l’affermazione di Livorno come porta del Mediterraneo verso il Nord-Est e il corridoio Scandinavo», sottolinea Filippo Del Duca, responsabile delle attività ferroviarie della Filt Cgil.

«Livorno - ricorda - è l’unico impianto rimasto aperto nell’Italia centrale perché tra interporto e porto si registrano costantemente e si prevedono importanti aumenti di traffico. Senza un impianto alle spalle, per la manutenzione e la riparazione dei treni e delle locomotive diesel si va a Marcianise o a Milano. E in questo modo si rischia di bloccare un percorso virtuoso di crescita per l’economia portuale, cittadina e del territorio».

La cancellazione delle officine livornesi è stata motivata da Mercitalia con la necessità di una riorganizzazione e razionalizzazione dei costi.

La società ha tentato di trattare la chiusura dell’impianto ad un tavolo regionale, ma i sindacati hanno rimandato la palla a Roma.

Se la contraddizione, anche rispetto ai maxi-investimenti che un’altra costola di Fs, Rfi sta facendo sul territorio, è palese, c’è anche una ricaduta occupazionale preoccupante, che diventa inaccettabile in un’area di crisi complessa, che si trova da un giorno all’altro col rischio di perdere altre decine di posti di lavoro per scelta di un’azienda il cui azionista è lo Stato.

Perché è vero che per i 27 dipendenti diretti è stata proposta una ricollocazione sul territorio in altre società della holding Fs, ma in ballo ci sono anche 30 lavoratori delle officine Opus che effettuano una parte delle attività di manutenzione ai treni merci insieme ai tecnici di Mercitalia. «A loro è stato offerto di effettuare i lavori che oggi hanno in appalto qui a Milano - spiega Del Duca -. L’alternativa è che restino a piedi».

E poi c’è l’indotto, a partire dalle ditte delle pulizie e quelle che si occupano di smaltimento dei rifiuti.

La Cgil ha calcolato un centinaio di lavoratori coinvolti. E teme che venga coinvolta a cascata anche la sala operativa di Mercitalia che si trova nella stessa struttura di via Provincia Pisana.

«La preoccupazione è che ci sia un arretramento dalla Toscana - continua l’esponente della Filt -: questa operazione infatti non taglia posti di lavoro, ma li sposta altrove, a discapito del nostro territorio».

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