Il Tirreno

Livorno

I destini incrociati nella magnifica villa del principe polacco

LIVORNO. Nello straordinario parco di Villa Letizia si incrociano i destini di una proprietà che la storia divide in due. Ma tutto inizia – quasi due secoli fa - sotto il segno di Stanislao...

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LIVORNO. Nello straordinario parco di Villa Letizia si incrociano i destini di una proprietà che la storia divide in due. Ma tutto inizia – quasi due secoli fa - sotto il segno di Stanislao Poniatowski, principe polacco, nipote del quasi omonimo che alla fine del Settecento per tre decenni filati ha regnato sulla Polonia. È una storia incredibile che arriva fino a noi, fino al casato di Guido e Giorgio Guastalla.

Ma come mai arriva qui il rampollo di una delle teste coronate d’Europa? Semplicemente per amore, dopo che da erede al trono precipita nel girone dei nobili in disgrazia: via dalla corte trasformandosi in uomo d’affari con quartier generale nella Roma papalina. Mal gliene incolse quando la curia scoprì che aveva dato ospitalità alla moglie di un marito violento: nemmeno rivolgendosi alla Sacra Rota riuscì a cavarsela ed ecco che la fuga da Roma lo porta prima nella Firenze lorenese e poi, alla conquista di buoni affari immobiliari, a Livorno. Non solo la fattoria di Monterotondo dove muore nel 1824: è la villa che conosciamo come Maurogordato dal nome del mercante di origini greche che l’ha acquistata dalla vedova dell’ex principe polacco.

Il nome di Poniatowski è però forse ancor più legato alla villa del lungomare che prenderà il nome di Letizia dalla denominazione della società immobiliare che se ne impossesserà a un certo punto. Ma prima viene acquisita dalla famiglia Cave Bondi. Stiamo parlando di due grandi dinastie ebraiche (i Cave e i Bondi) che sommano i propri cognomi con il matrimonio fra Esther Cave e David Bondi. Fra i loro figli c’è anche quel Giuseppe che sposa Elena Aghib, dando alla luce fra l’altro a Augusto che convolerà a nozze con Emma Levi. Una delle loro figlie, Margherita, sarà la moglie di Raffaello Franco, fratello della nonna materna di Guido e Giorgio Guastalla.

E’ una dynasty di primissimo piano nell’alta borghesia mercantile della Livorno a cavallo fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento: al banco Bondi – ricorda lo studio di Liana Borghi citato da Guido Guastalla – lavorava Elia Benamozegh, un po’ impiegato e un po’ grande intellettuale ebraico. Un altro dei rami era imparentato con la famiglia degli Orlando che in quel periodo erano al governo della città sia in politica sia nell’economia (con la proprietà del Cantiere).

Alla fine dell’Ottocento le due metà della proprietà si dividono. Da un lato, la villa Letizia vera e propria. Dall’altro, i 180mila metri quadri sui quali nasce l’ippodromo, poi donati dai Cave Bondi al Comune di Livorno: Guastalla riferisce che nei racconti familiari in quel passaggio di mano «ha avuto un ruolo anche Ciano», altre fonti indicano l’acquisizione da parte di Giovanni Treccani, industriale e senatore fascista, papà dell’ “Enciclopedia” che porta il suo nome.

Mentre Villa Letizia vive una lunga fase di declino (sopravvivendo tutt’al più come succursale scolastica), l’ippodromo fa faville. Poi i destini si invertono: villa Letizia diventa il polo dell’università a Livorno, un centro di ricerca e una bella biblioteca; l’ippodromo finisce in abbandono e ora è un buco nero nel cuore del lungomare chic.

Mauro Zucchelli

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