Italia
Falsi Modì, bandiera Pci e il Rettile nell’ex chiesa
Nel museo 600 opere: dall’archeologia al poncho di Garibaldi
LIVORNO. Al piano terra dei Bottini dell’Olio è un viavai di gente tra i pannelli che ripercorrono la storia di Livorno, un patrimonio comunale che fino ad oggi era rimasto sottochiave, conservato nei depositi del museo Fattori e della biblioteca Labronica. Il recupero della struttura, 6mila metri quadri complessivi, è costato 6,5 milioni, a cui si devono aggiungere circa 650 mila euro per gli arredi del museo e 390 mila per quelli della biblioteca per una spesa globale che non arriva a7,5 milioni.
Costi contenuti, grazie anche all’utilizzo di materiali di minor pregio, pur mantenendo un livello di qualità molto alto come hanno garantito gli architetti di Guicciardini e Magni, lo studio specializzato in allestimenti che tanto per intendersi tra gli ultimi lavori ha curato il museo dell’opera del duomo di Firenze.
Ieri tantissimi livornesi hanno sfruttato l’occasione dell’inaugurazione, spinti dalla curiosità, per farsi un’idea del nuovo gioiello piazzato nel cuore della Venezia. Tra i tanti non è voluto mancare Guido Guastalla, editore e mercante d’arte, accompagnato dalla moglie Carla: «Penso che fare il museo della città in questa zona tra lo sbarco dei passeggeri e dei croceristi sia stata una cosa molto intelligente», aveva detto a scatola chiusa, prima di ripercorrere l’esposizione degli oltre 600 oggetti d’arte riportati finalmente alla luce. «Potrebbe essere il motore per una ripresa della città in sinergia magari anche con le altre città litoranee, ma ci vorrebbe un piano di rilancio complessivo».
Alla fine del percorso che si conclude nella chiesetta sconsacrata di san Giuseppe, affacciata in piazza del Luogo Pio dove è collocata la collezione di arte contemporanea, ma che Guastalla come altri per la grande affluenza non ha fatto in tempo a visitare, il giudizio è inequivocabile: «I locali sono molto suggestivi, ma li conoscevo bene per averci organizzato anni fa una mostra di Natali. È un museo che mette in evidenza la storia della città: un grande emporio mediterraneo che nel tempo ha perso la sua vocazione di sviluppo».
L’esempio che stuzzica Guastalla, perché la storia ci dovrebbe insegnare a rimanere in linea con la modernità, è nella prima sala: «Quando arrivarono i galeoni, nel ‘600, il granduca fa scavare la darsena per accoglierli al posto della galee che pescavano molto meno: immediatamente cioè adeguò il porto alle nuove esigenze, mentre noi oggi siamo ancora qui a pensare di realizzare la Darsena Europa».
La visita comincia però dall’età del ferro, con l’esposizione di reperti che testimoniano antichi insediamenti attorno al Porto Pisano (vasellame, bronzi, fibule e busti marmorei) e la nota collezione Chiellini, con oggetti funerari di età etrusca e romana donati al Comune. Alle spalle la riproduzione di un fondale sabbioso che ospita le anfore romane e un ceppo d’ancora che sono stati recuperati dal relitto di “Ardenza”. Si attraversa velocemente il medioevo, tra pergamene e documenti del Quattro-Cinquecento e un incunabolo del 1482.
Qui a catturare l’attenzione è il bozzetto di gesso dei 4 mori attribuito al Tacca. Poi tra piante e una ricostruzione della città del Buontalenti, si arriva al ‘600, testimoniato da stampe e quadri d’epoca con viste varie della città e al ‘700 con i due grandi dipinti, la “Piazza d’Armi” di Tommaso Gherardini, la piazza Grande del 1776, e la “Festa in Darsena”. A testimonianza della fiorentissima attività editoriale che si sviluppò in città le edizioni stampate dalla tipografia Coltellini e le edizioni più celebri “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria e l’enciclopedia di Diderot e D’Alambert.
Tra i vari espositori c’è la zona ad alta tecnologia: il tappeto multimediale, che consente una passeggiata interattiva sulla mappa della città e il “Cave” per la realtà virtuale in cui è possibile viaggiare nella città del passato.
Nella seconda parte ad accogliere il visitatore sono subito gli affreschi trecenteschi dell’Eremo della Sambuca, preludio della sezione di arte sacra. Qui tra una ricostruzione del tempio ebraico di Livorno distrutto dai bombardamenti, e altri dipinti d’impatto ecco l’iconostasi greco ortodossa della Santissima Trinità.
Il Risorgimento passa attraverso diversi cimeli garibaldini: tra le giubbe rosse, il poncho di Giuseppe Garibaldi e il suo scrittoio. Infine la grafica, Fattori, Nomellini a Cappiello, e una sezione dedicata a Pietro Mascagni con manoscritti e locandine. Sulla parete opposta la prima bandiera del Pci cucita dalle sarte livornesi nel 1921 è conservata in una teca, mentre il percorso si chiude con le tre false teste di Modigliani.
Tornando a ritroso ci si immette nella chiesetta che ospita la parte contemporanea curata dallo storico dell’arte Mattia Patti. Qui l’opera centrale del percorso è “Il grande rettile” di Pino Pascali, acquistata dal Comune nel ’67 per 350 mila lire (oggi le opere di Pascali superano il milione di euro all’asta), un anno prima della scomparsa improvvisa dell’artista pugliese. Tra i primi visitatori anche Luciano Barsotti, presidente della Fondazione Livorno arte e cultura. Per lui,«l’apertura di un museo è sempre un fatto positivo, e il museo della città è una idea importante». Poi aggiunge: «Ora però si tratta di capire come verrà gestito: il rischio dei musei è che rimangano luoghi con attrattiva limitata».
Enrico Paradisi
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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